IL MONDO IN CUI VIVIAMO

Verso il futuro

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NECESSITÀ DELLA SCOMMESSA

su quanto ci attende nell'aldilà

Brani tratti dal volume "Pensieri", di Blaise Pascal.
Biblioteca Universale Rizzoli - Rizzoli Editore, Milano,1952


Cominciare col compiangere gli increduli: essi sono abbastanza infelici, per la loro stessa condizione. Non bisognerebbe ingiuriarli se non nel caso che ciò servisse; invece è cosa che a loro nuoce (Blaise Pascal, Pensiero 189).

Pensiero 194

... (gli increduli) apprendano almeno qual è la religione che combattono, prima di combatterla. Se questa religione si vantasse di avere una chiara visione di Dio e di possederla scopertamente e senza veli, sarebbe effettivamente un modo di combatterla il dire che non si vede niente nel mondo che ce la mostri con tale evidenza.

Ma poiché la religione al contrario dice che gli uomini sono nelle tenebre e nella forzata lontananza da Dio, che egli si è nascosto alla loro conoscenza, che è proprio questo il nome ch'egli si dà nelle Scritture, Deus absconditus1; e infine, se essa si sforza ugualmente di stabilire queste due cose - che Dio ha stabilito dei segni visibili nella sua Chiesa per farsi riconoscere da coloro che lo cerchino sinceramente, e che li ha coperti tuttavia in tal guisa che egli non sarà scorto se non da coloro che lo cercano con tutto il cuore - quale vantaggio possono avere costoro, quando, nella negligenza in cui fanno professione di essere quanto alla ricerca della verità, gridano che niente mostra loro questa verità?

Infatti quella oscurità in cui si trovano e che essi rinfacciano alla Chiesa non fa che confermare una delle due cose che la Chiesa sostiene, senza tornare a pregiudizio dell'altra, e dà conferma alla sua dottrina, in luogo di demolirla.

Bisognerebbe, per combatterla, che essi gridassero che hanno fatto ogni sforzo, ma senza alcuna soddisfazione per cercare la verità dappertutto e persino in ciò che la Chiesa espone per nostro ammaestramento. Se parlassero in questo modo, combatterebbero allora realmente una delle sue pretese. Ma io spero di mostrare qui che non c'è persona ragionevole che possa parlare in questo modo, e oso persino dire che mai alcuno l'ha fatto.

E' ben noto in qual modo agiscono quelli che sono in questo atteggiamento di spirito. Credono di aver fatto grandi sforzi per istruirsi quando hanno impiegato qualche ora nella lettura di qualche libro della Scrittura, e quando hanno interrogato qualche ecclesiastico sulle verità della fede. Dopo di ciò, si vantano di aver cercato senza successo nei libri e tra gli uomini.

Ma, in verità, io dirò loro ciò che già ho detto sovente, che questa negligenza non è sopportabile. Qui non si tratta dell'interesse secondario di qualche persona estranea, per potersi comportare in questo modo: si tratta di noi stessi, e di ciò che è tutto per noi.

L'immortalità dell'anima è cosa che ci importa talmente, che ci riguarda così profondamente, che bisogna aver perduto ogni sensibilità se ci torna indifferente di saperne qualcosa. Tutte le nostre azioni e i nostri pensieri debbono prendere vie così diverse, a seconda che vi siano da sperare dei beni eterni oppure no, che è impossibile fare un passo con senso e con giudizio se non regolandolo sull'idea di questo punto, di quello che deve essere il nostro fine ultimo.

Quindi il nostro primo interesse e il nostro primo dovere è di informarci bene su questo argomento, da cui dipende la nostra condotta. Ed è per questo che, tra quanti non ne sono persuasi, io faccio una estrema differenza tra coloro che s'affaticano con tutte le loro forze per istruirsene e coloro che vivono senza turbarsene e senza pensarci.

Non posso avere che compassione per coloro che gemono sinceramente in questo dubbio, che lo considerano come la suprema delle sventure e che, non risparmiando nulla per venirne fuori, fanno di questa ricerca la loro principale e più seria occupazione.

Ma, quanto a coloro che passano la vita senza pensare a questa fine estrema della vita e che, per questa sola ragione che non trovano in se stessi i lumi che persuadano la loro mente di ciò, trascurano di cercarli altrove, di esaminare a fondo se tale opinione è di quelle che il popolo riceve per una credula semplicità oppure di quelle che, sebbene oscure di per se stesse, hanno tuttavia un fondamento ben solido e incrollabile, io li considero in un modo tutto diverso.

Questa loro negligenza in una questione in cui si tratta di loro stessi, della loro eternità, di tutto il loro essere, mi irrita assai più che impietosirmi: mi stupisce e mi spaventa, è una cosa mostruosa per me. Non già ch'io dica questo per il pio zelo di una devozione spirituale. Al contrario: intendo dire che si deve avere questo sentimento per un principio di interesse umano e per un interesse di amor proprio; e che per questo non occorre vedere se non ciò che vedono le persone anche meno illuminate.

Non occorre avere un'anima molto elevata per comprendere che quaggiù non esiste alcuna soddisfazione veritiera e solida, che tutti i nostri piaceri non sono che vanità, che i nostri mali sono infiniti, e che infine la morte, che ci minaccia ad ogni istante, deve infallibilmente entro pochi anni metterci nell'orribile necessità di essere per l'eternità o annientati o infelici.

Non c'è nulla di più reale di questo, né di più terribile. Facciamo sin che vogliamo gli spavaldi: ecco la fine che è preparata alla più bella vita del mondo. Ci si rifletta un poco sopra e dopo si risponda se non è indubitabile che non c'è altro bene in questa vita all'infuori della speranza in un'altra vita, che non si è felici se non quanto più ci si avvicina ad essa, e che, come non vi sara più infelicità alcuna per coloro che abbiano una piena certezza dell'eternità, così non c'è ombra di felicità per coloro che non ne hanno alcun barlume.

E' dunque sicuramente un gran male trovarsi in questo dubbio; ma s'impone almeno il dovere indispensabile di cercare, quando si è in questo dubbio; e quindi colui che dubita e non cerca è insieme assal infelice e assai ingiusto; e se con tutto ciò egli è tranquillo e soddisfatto, se arriva a dichiararlo apertamente ed infine a mostrarne una certa vanità, e se è proprio di questo stato medesimo ch'egli fa l'oggetto della sua gioia e della sua vanità, ebbene io non ho termini per qualificare una così stravagante creatura.

Come si possono alimentare certi sentimenti? Quale motivo di gioia si trova a non attendere più altro che miserie senza riparo? Quale motivo di vanità a vedersi entro oscurità impenetrabili, e come può mai darsi che tale ragionamento alberghi in un uomo ragionevole?

Note.
1. "Dio nascosto", Isaia XLV, 15.











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