L'IPOTESI GAIA: LA TERRA È UN ORGANISMO VIVENTE!
di James Lovelock e Lynn Margulis
Il testo è stato tratto dal libro "Microcosmo"
di Lynn Margulis e Dorion Sagan
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Sommario
James Lovelock, uno scrittore free-lance, esperto di chimica dell’atmosfera,
vede la vita rappresentata da un sistema ambientale che si autosostenga e che
egli chiama Gaia.
Gaia, nome dato dal romanziere William Golding (su richiesta
di Lovelock) e derivato dall’antica dea greca della terra, opera in modi
misteriosi. Sistema superorganismico, che comprende tutti i viventi della Terra,
esso conserva ipoteticamente la composizione dell’aria e la temperatura sulla
superficie del pianeta, regolando le condizioni per la continuazione della vita.
Mentre l’intricato intreccio delle relazioni biologiche mediante le quali la
vita fa questo non è ancora ben conosciuto il fatto che il bioma
terrestre controlli porzioni della superficie del pianeta è un fatto
altrettanto ben stabilito di quello per cui il nostro corpo si mantiene a una
temperatura costante.
In questo modo Gaia può impedire che l’azoto e l’ossigeno
atmosferici, così importanti per la vita, degenerino in nitrati e ossidi di
azoto, in sali e gas esilarante che potrebbero bloccare l’intero sistema. Se
non vi fosse una costante produzione a livello mondiale di nuovo ossigeno da
parte degli organismi fotosintetizzanti, se non vi fosse liberazione di azoto
gassoso da parte dei batteri che utilizzano per la respirazione nitrati e
ammoniaca, si svilupperebbe rapidamente intorno alla Terra un’atmosfera inerte
o addirittura velenosa. Sotto l’influenza reattiva di una grande quantità di
fulmini che fanno sfavillare a ogni minuto l’atmosfera terrestre, la terra non
sarebbe più ospitale per la vita di quanto lo è l’acida Venere. Sulla Terra
l’ambiente è stato prodotto e controllato dalla vita proprio come la vita è
stata prodotta e influenzata dall’ambiente.
La cosa sorprendente, riguardo al nostro pianeta azzurro,
chiazzato di bianco, è che la peculiarità della vita, con la sua incredibile
diversità e caratteristica unità biochimica, continua. Essendo noi obbligati a
comunicare gli uni con gli altri in una lingua tradizionale, è difficile
afferrare la definizione della vita come sistema autopoietico che si riproduce.
Eppure, secondo quanto sostiene Lovelock nella sua ipotesi, che egli ha chiamato
ipotesi Gaia, lo stesso bioma terrestre ivi incluso l’ Homo sapiens, è
autopoietico: riconosce, regola, e crea le condizioni necessarie per la propria
ininterrotta sopravvivenza.
I reperti fossili appoggiano l’idea che la superficie
terrestre sia stata soggetta senza interruzione a una regolamentazione fin dalla
primissima comparsa e diffusione della vita microbiotica. L’ipotesi Gaia,
secondo cui la temperatura e la composizione dell’atmosfera terrestre in gas
reattivi sarebbero regolate attivamente dall’insieme di flora e fauna venne
messa a punto da Lovelock mentre stava lavorando per la NASA sui modi di
scoprire la vita su Marte. Lovelock trovò che, nella nostra atmosfera,
coesistono gas che, quando vengono saggiati in sistemi chimici semplice,
reagiscono prontamente, facilmente e completamente, per dare origine a composti
stabili.
Sembra però che questi gas rimangano separati, in apparente
inosservanza delle leggi che regolano l’equilibrio chimico standard. Lovelock
trovò la chimica dell’atmosfera terrestre così persistentemente bizzarra da
poterla attribuire soltanto alle proprietà collettive degli organismi, in
particolare al bioma terrestre. In effetti, questo, in particolare il bioma di
dimensioni microscopiche, produce costantemente enormi quantità di gas
reattivi.
Ricercando questi improbabili miscugli di gas nelle atmosfere
di altri pianeti con spettroscopi montati su telescopi, Lovelock pensava di
poter scoprire senza lasciare la Terra biosfere estranee. Rivolgendo la propria
attenzione a Marte, egli trovò che questo pianeta era in un equilibrio
assolutamente comprensibile sulla base soltanto della chimica e della fisica.
Postulò l’assenza della vita su di esso rilevando l’assenza del fenomeno
Gaia. Ma, nel 1975, la NASA, pronta per l’atterraggio sul pianeta rosso, non
volle pubblicizzare la semplice soluzione che egli proponeva per l’annoso
problema della vita su Marte.
Nulla, tuttavia, andò perduto. La missione Viking ebbe
inizio nel 1975 e, nel 1976, due satelliti da atterraggio e due in orbita
giunsero su Marte. Gli esperimenti biologici, effettuati a bordo e in seguito a
atterraggio morbido sulla superficie del pianeta, ebbero un successo
spettacolare, dimostrando in modo definitivo che non vi era alcun segno di vita
sul pianeta rosso. Il lavoro di Lovelock fornì una base per capire i risultati.
Inoltre, l’analisi da lui condotta diede alla biosfera una nuova veste. Il
mistero della vita sulla Terra era altrettanto grande di quanto questo stesso
mistero lo fosse altrove, nell’universo.
Perché la Terra ha un’atmosfera così diversa da quella
che si può prevedere su semplice base chimica? Dato che l’ossigeno
costituisce il 20% dell’atmosfera, gli squilibri relativi creati, tra gli
altri gas, nel metano, nell’ammoniaca, nei gas sulfurei, nel cloruro di metile
sono enormi. In base ai calcoli chimici, le quantità di questi gas, che
reagiscono così facilmente con l’ossigeno, dovrebbero essere così minime da
non potersi riconoscere.
Invece esse sono presenti e continuano a esserlo
ogniqualvolta le si cerchi. In effetti, vi è una quantità di metano, nell’atmosfera
terrestre, che è superiore di 1035 volte (dieci alla
trentacinquesima potenza, o uno seguito da trentacinque zeri) alla quantità che
dovrebbe esserci, considerando la quantità di ossigeno disponibile per reagire
con essa. Altri gas, come l’azoto, il monossido di carbonio e l’ossido
nitroso sono solo più abbondanti di 10 miliardi, 10 e 10000 miliardi di volte,
rispetto a quello che dovrebbero essere sulla base della chimica soltanto.
Un ulteriore enigma riguarda la temperatura della Terra.
Sembra che le leggi della fisica rendano inevitabile il fatto che la luminosità
totale del Sole, cioè il suo output di energia come luce, sia aumentata negli
ultimi 4 miliardi di anni, forse anche del 50%.
Eppure, da prove ricavate dai reperti fossili indicano che la
temperatura terrestre è rimasta relativamente stabile, oscillando il valor
medio attorno a 22° C circa, pressappoco la temperatura ambiente, malgrado le
temperature molto basse che ci si aspetta da uno sparuto Sole primitivo. È
risultato, dunque, che la vita non solo regolava su scala mondiale la
composizione dei gas, ma teneva, a quanto pare, sotto una specie di controllo
continuo anche la stessa temperatura del pianeta. Che cos’era questo grande
termostato nascosto?
Dobbiamo al bioma terrestre la regolazione dell'ambiente

Respingendo le soluzioni mistiche, Lovelock teorizzò che il
bioma terrestre, specialmente il microcosmo batterico, doveva aver regolato il
proprio ambiente su scala globale fin dalla sua primissima comparsa sul pianeta.
Le forme di vita reagiscono alle crisi geologiche e cosmiche che provocano
perturbazioni; resistono quanto più a lungo possibile agli attacchi che vengono
portati alla loro integrità individuale; e queste azioni individuali portano a
una conservazione generale delle condizioni favorevoli alla sopravvivenza
collettiva. (Ciò non significa che non vi furono mai fluttuazioni: esse ci
furono.
Per esempio, a giudicare dalla grande estensione dei fossili
delle foreste tropicali del Cretaceo, il pianeta doveva essere ben più caldo
all’epoca dei dinosauri. Sia prima sia dopo buona parte della sua superficie
fu coperta da ampie distese di ghiaccio. Ma sia tra l’una e l’altra di
queste fluttuazioni sia dopo di esse la Terra si stabilizzò, non arroventandosi
come Venere, né congelando come Marte.
Se il bioma terrestre non avesse risposto alle principali
perturbazioni esterne come l’aumento della luminosità solare o gli impatti
meteoritici, tanto devastanti quanto lo sono oggi le bombe nucleari, non saremmo
qui ora. La vita, concludeva Lovelock, non è circondata da un ambiente
essenzialmente passivo a cui essa si è adattata. Al contrario, essa fa e rifà
il proprio ambiente. L’atmosfera, come un alveare o un nido di uccello, è
parte della biosfera. Poiché l’anidride carbonica viene trasformata nelle
cellule e può essere anche utilizzata per controllare la temperatura dell’atmosfera,
è probabile che un modo in cui la vita regoli la temperatura del pianeta sia
modulando il livello atmosferico di anidride carbonica.
Alcuni scienziati contestano l’analisi di Lovelock. L’idea
della vita sulla terra come superorganismo che risponde alle minacce a agli
insulti ambientali per assicurarsi la sopravvivenza non concorda con le idee
ormai accettate dell’evoluzione darwiniana, la quale dipende dalla competizione
di organismi in lotta.
Ammettendo che Lovelock abbia ragione, come fa la massa di
geni in lotta all’interno delle cellule di organismi localizzati sulla
superficie terrestre a sapere che deve affrontare delle crisi? W. Ford
Doolittle, l’esperto di biologia molecolare che ha effettuato una ricerca,
germe di ulteriori sviluppi, sulla biologia molecolare dei plastidi, protestò
contro questa nozione di natura, come egli la definiva, "materna".
Richard Dawkins, zoologo dell’Università di Oxford,
paragonò l’ipotesi Gaia al programma "BBC theorem", con un
riferimento spregiativo alla nozione della natura come equilibrio e armonia
meravigliosi, data dai documentari televisivi. Dawkins non poteva concepire l’evoluzione
dei meccanismi di Gaia, di controllo a livello mondiale, senza un universo
"pieno di pianeti morti, i cui sistemi di regolazione omeostatica erano
venuti meno, e con una manciata di pianeti ben regolati, ben riusciti, sparsi
tutt’attorno e di cui uno era la Terra."
Per rispondere a queste critiche, Lovelock progettò alcuni
modelli matematici. Quello più spettacolare, il Daisy World (il mondo delle
margherite), considera un pianeta mitico che può essere ricoperto soltanto da
margherite nere e bianche e da una occasionale mucca che mastica rumorosamente
margherite. Le margherite rappresentano due specie, che crescono entrambe a
chiazze e ricoprono fino al 70% del pianeta entro intervalli specifici di
temperatura. Entrambe non crescono affatto dove fa molto freddo, crescono
lentamente al freddo, più rapidamente al caldo e non crescono affatto, anzi
muoiono, alle temperature opprimenti al di spora dei 45°C.
Lovelock, che in seguito cominciò a lavorare con Andrew
Watson alla Marine Biological Association di Plymouth, in Inghilterra, trovò
che le margherite bianche e nere potevano funzionare come un gigantesco
termostato, rendendo stabile la temperatura di un intero pianeta semplicemente
crescendo. Il fenomeno non è misterioso, ma sinergico: è il risultato inatteso
di un sistema complesso.
Si può immaginare come operi Daisy World. Si prenda un
pianeta di margherite nere e bianche, che ruoti attorno a una stella, il Sole,
la quale rallenta ma diventa costantemente più brillante. All’inizio, essendo
il Sole freddo, non cresceranno molte margherite. A mano a mano che esso
diventerà più caldo, chiazze di margherite di entrambi i colori spunteranno e
cresceranno rigogliosamente.
Ma, quando le margherite nere fioriranno e produrranno un
maggior numero di discendenti, perché sono scure e assorbono una la luce del
Sole, impediranno a questa luce di essere riflessa nello spazio. La crescita di
macchie di margherite nere, che assorbono calore, ha l’effetto di riscaldare
un pianeta che, altrimenti, sarebbe freddo. Ma ben presto l’ambiente
circostante raggiunge un calore opprimente e comincia a limitare la crescita
delle margherite nere nelle immediate vicinanze. L’aumento delle temperature
locali porta a un aumento globale della temperatura più forte del previsto, in
un mondo senza margherite.
Cominciano allora a crescere chiazze di margherite bianche.
Ciò porta a un aumento della riflettività planetaria, o albedo,
dato che la superficie bianca dei petali delle margherite riflette la luce nello spazio, con
la conseguenza di un ritorno su tutto il pianeta a temperature più fredde. Le
margherite nere ricominciano a spuntare. Ma il Sole, nel frattempo, continua a
diventare più caldo e le margherite bianche, riflettendo il calore, continuano
a fiorire e a raffreddare il pianeta. In breve, il Sole diventa più caldo, si
formano chiazze sempre più estese di margherite bianche, Daisy World diventa
più freddo, il che porta a una nuova crescita di chiazze di margherite nere, le
quali di nuovo si surriscaldano, creando ancora una voltale condizioni più
favorevoli alle margherite bianche.
Ciò raffredda nuovamente Daisy World incrementandone l’albedo,
e così via fino a che il Sole diventa una gigante rossa e brucia tutte le
margherite. Ma, entro certi limiti di temperature, le margherite funzionano
molto semplicemente da termostato, mantenendo il mondo vivibile, malgrado un
aumento potenzialmente letale della quantità di energia solare che raggiunge il
pianta. I fiori regolano silenziosamente la temperatura del pianeta fino a un
grado notevole, entro quello stretto intervallo che è necessario alla loro
sopravvivenza quando il Sole si riscalda inesorabilmente.
In modelli più simili al mondo reale sono la crescita, il
metabolismo e le proprietà che riguardano gli scambi di gas nei microbi, più
che le margherite, a formare i complessi sistemi di retroazione fisici e chimici
che modulano la biosfera in cui viviamo. Gli organismi viventi, attraverso il
loro effetto sull’acqua e sulle nubi, hanno una immensa influenza modulatrice
sulla Terra. Tanto per fare un esempio, minuscole alghe che galleggiano sul mare
possono ipoteticamente fare entrare il mondo in un’epoca glaciale
semplicemente crescendo più rapidamente alle latitudini settentrionali.
Nel produrre i guscetti di carbonato di calcio, morendo e
inabiassandosi sul fondo dei mari, rimuovono il carbonio necessario per produrre
anidride carbonica; poiché l’anidride carbonica è un gas da "effetto
serra", che agisce come manto invisibile che fa entrare la luce e la
trattiene sotto forma di calore, una minore quantità di anidride carbonica nell’atmosfera
si traduce in un abbassamento delle temperature. Ma, con temperature più basse,
le alghe crescono meno, meno anidride carbonica viene rimossa nell’aria per
produrre guscetti e il pianeta diventa tropicale. I circuiti di retroazione
sono, perciò, così strettamente collegati che una moria massiccia di alghe
marine, accoppiate all’erosione di rocce carbonatiche da parte dell’acqua,
processo che libera anidride carbonica nell’atmosfera, può anche provocare un
aumento termico dell’atmosfera.
In effetti, nel 1979 e 1980, i ricercatori europei hanno
analizzato dell’aria "fossile", rimasta intrappolata nei ghiacci
polari e hanno trovato che circa 20000 anni or sono, al culmine dell’ultima
glaciazione, l’anidride carbonica aveva una concentrazione pari sola a due
terzi di quella che si sarebbe avuta all’inizio della rivoluzione industriale.
Immediatamente prima che gli esseri umani diventassero agricoltori e
costituissero le prime civiltà, l’anidride carbonica raggiunse il livello
preindustriale.
L’aumento di anidride carbonica e della temperatura 12000
anni or sono ebbe luogo in meno di 100 anni e non può essere interamente
spiegato da processi tradizionali geofisici o geochimici, come l’attività
tettonica o il corrugamento. Una fluttuazione così improvvisa poteva provenire
solamente dalla vita. Lovelock ritiene che l’improvvisa moria di una
percentuale sostanziale di alghe marine causò probabilmente questo rapido
aumento della temperatura mondiale, una trasformazione ambientale che alla fine
permise agli esseri umani di uscire dalle caverne e di popolare la Terra.
Col tempo, il bioma terrestre edificò elaborati sistemi di
controllo di cui solo ora stiamo diventando vagamente consapevoli. La
moltitudine dei sistemi sensoriali negli organismi viventi, la capacità di
questi di avere un metabolismo e una crescita esponenziale e la straordinaria
diversità dei viventi che interagiscono sulla Terra sono sufficienti a
spiegare, in teoria, la modulazione ambientale su scala globale.
Ma questo genere di modulazione ambientale opera anche su una
scala più piccola. Anche sulla scala di gran lunga più piccola dei singoli
animali, la regolazione della temperatura comporta più di un semplice singolo
sistema di retroazione. Realizziamo un esperimento mentale in cui una persona
(un insieme di cellule, come il bioma terrestre) deve affrontare un netto calo
della temperatura ambientale. Il suo primo tipo di risposta sarebbe la tattica
evolutasi più di recente: una risposta da alta tecnologia, che consisterebbe
nel girare il termostato, nell’inserire il radiatore elettrico, o addirittura
nel pagare per il servizio di teleriscaldamento attraverso un modem del proprio
computer domestico.
Benché queste modalità diventeranno forme sempre più
comuni di regolazione della temperatura, esse sono così recenti da essere
ancora estremamente incerte tra i vari sistemi di retroazione. A un livello più
basso, vi sono invece le risposte da "bassa tecnologia" ai rischi
delle basse temperature: avvolgersi in coperte e vestirsi con abiti più
pesanti. Questo tipo di tecnologia, ereditata dall’abitudine di prendere in
trappola gli animali di climi freddi o cacciarli, utilizzando poi le loro pelli
e pellicce folte per proteggersi, è antica di circa 100000 anni. Il cucito, un
suo importante perfezionamento, potrebbe, a giudicare dai reperti archeologici
di aghi per cucire il legno, avere aiutato le popolazioni orientali ad
attraversare lo stretto di Bering per recarsi nell’America settentrionale.
Il circuito di retroazione dei vestiti è semplice: quando la
temperatura si abbassa i vestiti vengono indossati; quando si innalza vengono
tolti. La regolazione della temperatura, come comportamento, ha fatto la sua
comparsa negli esseri umani molto prima che venissero costruiti i sistemi di
riscaldamento a base di combustibili fossili ed è ancor oggi predominante.
Se continuiamo a sottoporre il soggetto del nostro
esperimento a uno stato di stress, indurremo in lui un metodo di regolazione
della temperatura ancora più antico e ancora più affidabile: si tratta di
sistemi comportamentali, non tecnologici, di retroazione. Queste risposte si
possono fare risalire a qualcosa come 200 milioni di anni or sono e consistono
nel correre, nel fregarsi braccia e gambe, nel rannicchiarsi e nell’assumere
la posizione fetale, arrotolandosi, quando si ha freddo.
Quando sono minacciati dal caldo, i mammiferi come noi
reagiscono con un comportamento opposto: stendono gli arti e cercano l’ombra.
In generale diventano meno attivi. Tuttavia i mammiferi condividono questo tipo
di meccanismo di controllo della temperatura, che dipende dall’avere un
sistema nervoso sufficientemente complesso, base del comportamento appreso. A
mano a mano che ci avviciniamo al microcosmo originale, i sistemi di retroazione
diventano ancora più prevedibili, fondamentali e affidabili.
Ancora più antichi dei sistemi comportamentali sono i tipi
di controllo rigorosamente fisiologici. Quando l’ambiente si raffredda, i vasi
sanguigni dei mammiferi si allontanano automaticamente dalla superficie cutanea
per contrazione dei muscoli che si trovano nelle loro pareti. Più lontano della
pelle, il sangue viene rifornito agli organi vitali in maggiore quantità e gli
organismi risultano così più protetti. Segue il congelamento: le dita delle
mani e dei piedi ed altre estremità diventano fredde come ghiaccio e
intirizzite.
Se il soggetto è ancora sotto stress, si ha il distacco
delle estremità. Il naso e la punta delle orecchie, le dita delle mani e dei
piedi si staccano. La sudorazione, che è la risposta opposta, si basa sull’evaporazione
di acqua per raffreddare il corpo. Queste risposte fisiologiche alla temperatura
sono ancora più antiche e ben radicate delle altre. Forse sono tanto antiche
quanto gli stessi animali (circa 600 milioni di anni or sono).
Se, nel nostro esperimento mentale, continuiamo a sottoporre
il soggetto alla tensione del freddo, spingiamo fino al limite il suo sistema
autopoietico e mettiamo a nudo l’antico metodo genetico di controllo della
temperatura. Se l’ambiente diventa freddo oltre il limite di tolleranza dell’uomo,
questi muore e non lascia (ulteriore) prole. Se la tensione del freddo continua,
l’intera popolazione e comunità congela fino a morire senza lasciare
discendenti. Tuttavia, nuove popolazioni e comunità sostituiscono le vecchie, e
alcune hanno mezzi più efficaci per combattere il freddo. Solo organismi
diversi o mutanti, in grado di tollerare condizioni climatiche rigide,
riusciranno a sopravvivere. Un’enorme pressione selettiva viene esercitata su
quegli organismi che possono migliorare gli effetti dell’ambiente e del freddo
circostante.
Questo è ciò che è avvenuto di solito nel mondo. Se la
tensione è abbastanza forte, sopravviveranno soltanto gli organismi tolleranti.
In altre parole, quando fa troppo caldo, le cellule muoiono. Quando fa troppo
freddo, le cellule muoiono. Quando la temperatura è giusta, le cellule lasciano
una numerosa progenie. Ma il "giusto" della temperatura dipende da
ogni genere di vita. La selezione naturale darwiniana è l’ultimo antico
sistema di retroazione di Gaia su cui tutti quelli tecnologici e comportamentali
più recenti si basano.
Oggi, se si ha freddo si accende il riscaldamento, quindi si
mette un maglione, poi si comincia a tremare per generare calore. Se il freddo
incalza ancora, si entra in uno stato di torpore, in cui il metabolismo si
abbassa; se il freddo aumenta ancora e non cede, si muore. Ma la morte
individuale fa parte dei sistemi più ampi di stabilizzazione ambientale. Prima
di morire, l’individuo ha fatto aumentare la temperatura ambientale e, morendo
e non lasciando una prole simile a sé, ha fatto diminuire le probabilità che i
futuri periodi di freddo distruggano la vita, spianando la via alla riproduzione
di organismi adattati alle basse temperature.
Sistemi viventi di regolazione della temperatura e dell’atmosfera
a livello planetario possono solo essere immaginati. Da una prospettiva
planetaria, tuttavia, non sembra che essi siano in un equilibrio naturale
difficile, sull’orlo del collasso. Al contrario, sono vigorosi. I sistemi di
controllo ambientale più importanti sono le istituzioni microcosmiche
collaudate dal tempo, che producono gas e modificano l’albedo, e che sono di
gran lunga più resistenti e più antiche della combustione di oli minerali per
riscaldamento e dell’impiego di termostati domestici.
Per quanto riguarda il futuro, la nostra specie potrebbe
essere come quelle margherite nere rigogliose, che crescono così rapidamente da
rendere ottimale l’ambiente per altre margherite, perfino quando si
arroventano sino alla morte. Ogni individuo, popolazione o specie è un’opzione
che si esercita soltanto in condizioni favorevoli. In caso di catastrofe, come
regolarmente avviene nella storia della vita, alcune opzioni non saranno più
valide. Ma la loro fine, sia come morte individuale sia come estinzione,
renderà la biosfera nel suo insieme più robusta, più complessa e con maggiore
capacità di ripresa. (Ciò, naturalmente, non ha nulla a che vedere con il
progresso o il benessere umano. Nella documentazione fossile non si nota alcun
segno di progresso, solo di cambiamento ed espansione.)
Inoltre, sembra che la maggior parte delle opzioni
procariotiche non si sia ancora estinta. Né l’esistenza né l’estinzione di
specie sono una proprietà dei batteri. Benché la morte individuale dei batteri
avvenga senza interruzione, forti pressioni sul regno delle monere per la
capacità di effettuare scambi genetici a livello mondiale hanno portato al
rapido scambio di biotecnologie naturali, a enormi tassi di crescita delle
popolazioni e, in generale, alla capacità di resistere con attitudini
metaboliche intatte anche durante le più gravi crisi planetarie.
Solo con un’esplorazione scientifica completa dei
meccaniscmi di controllo di Gaia ci si può attendere di attuare nello spazio
habitat viventi che si autosostentino. Se mai dovessimo progettare ecosistemi
chiusi in grado di rifornire le loro proprie riserve vitali, dovremmo studiare
la tecnologia naturale della Terra. Abitare altri mondi, avere la possibilità
di passeggiare in giardini, per esempio, su Marte, è un progetto gigantesco,
che si può pensare soltanto da una prospettiva di Gaia. Dovremmo conoscere le
nostre radici nel microcosmo prima di andare in quel limbo che è il supercosmo.
Ma, sia che l’uomo porti nello spazio l’ambiente primevo dell’antico
microcosmo si che, cercando di farlo, muoia, sembra proprio che la vita sia
tentata in questa direzione. E la vita, finora, ha resistito a tutto, tranne che
alla tentazione.
Note.
1. Il bioma

È l'insieme di animali e vegetali che vivono in un
determinato luogo o ambiente geografico che hanno raggiunto un elevato grado di
adattamento all'ambiente naturale che li ospita con particolare riferimento alla
flora ed al clima.
Si distinguono biomi terrestri e biomi dell'idrosfera. L'identificazione di
un bioma terrestre si basa sulle specie proprie e sulle caratteristiche
fondamentali dell'ambiente.
2. Albedo.

È il rapporto tra la quantità di radiazione
riflessa dalla superficie di un oggetto e la quantità che lo colpisce. Questa
proporzione varia secondo la consistenza, il colore e l'estensione di quella
superficie e viene riferita in percentuale. Superfici con elevato albedo sono la
sabbia e la neve, mentre quelle con albedo basso sono le foreste e i suoli
recentemente affiorati in superficie