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LA GLOBALIZZAZIONE SPIEGATA AL MIO CANE

Tratto da: "Una finestra sul mondo" di Alberto Corbino, sito: www.geografie.it/

Premessa

Oggi tutti parlano di ambiente, di sviluppo locale, di economia globale.

Su questi argomenti vengono pubblicati ogni anno saggi più o meno autorevoli, ricerche più o meno approfondite, a firma di studiosi o scienziati più o meno meritevoli di tali titoli.

Personalmente ritengo di non poter aggiungere qualcosa di nuovo a tanta premuta di cervello, a tante sudate carte.

Ho però notato che questi concetti restano estranei alla maggior parte della gente comune, proprio come i libri che li contengono restano al di fuori delle biblioteche delle nostre case.

La gente pensa che economia, ecologia, sociologia siano discorsi da accademici e non si rendono conto, invece, di essere loro la sociologia, di creare loro l'economia, di uccidere loro l'ecologia. Ciò che quindi avverto è la necessità che di comunicare chiaramente alla gente comune di questi argomenti, per farla tornare ad essere protagonista delle loro vite, dei loro territori, delle loro geografie.

Il perché di queste poche, banali pagine sta tutto qui. Non vi è alcuna pretesa scientifica, se non quella di fornire spunti di riflessione all'homo oeconomicus della porta accanto. E in questo vi è un chiaro intento provocatorio: nessuno, mai, potrà dire "io non sapevo".

E, considerato che tutti intitolano libri cercando di spiegare qualcosa ai propri figli, io, che figli non ne ho, cercherò di spiegarla alla mia cagnetta Zerbi, perché anche lei è in fondo una (involontaria) piccola protagonista di questo mercato globale in cui viviamo.

1. Vivere localmente. Ovvero: l'economia tra le mani.

La funzione principale dell'uomo sociale è quelle economica, cioè il comportarsi secondo regole necessarie al funzionamento di un sistema locale (la famiglia, il clan, il villaggio, ..).

Nella stessa etimologia della parola economia (eco - nomia: oìkos nòmos: casa - legge, quindi l'insieme delle leggi necessarie al governo della casa) si ritrova difatti la dimensione locale, cioè di qualcosa che è strettamente legato a chi vive in un determinato luogo.

L'economia locale è quindi un'economia di esperienza (saggia) e, in quanto tale, destinata a durare. Chi è saggio, come un vecchio pescatore o una massaia che gestisce il bilancio familiare, conosce i limiti e le potenzialità dell'ambiente in cui vive e ne rispetta il passato per programmarne il futuro.

L'economia locale ha un naturale istinto alla sopravvivenza. E in un contesto locale, sopravvivere riesce comunque più facile. Difatti, essendo simbiotica con l'ambiente circostante, l'economia locale implica anche una serie di relazioni sociali che fungono da ammortizzatore in caso di necessità: come un vicino che ti presta lo zucchero, come il droghiere sotto casa che ti dà il pane a credito per qualche giorno.

I media che hanno "reso umani" concetti astratti come mercato e borsa; l'urbanizzazione e le conseguenti affrancazione dalla terra e alienazione dal territorio da parte dell'uomo; il mito del vivere per lavorare: tutto ciò probabilmente ci ha fatto dimenticare questa dimensione dell'economia.

E' importante evitare due errori comuni:

  • 1. economia locale non significa non-economia. Significa solo un'economia differente, più vicina all'uomo, al suo bisogno di tessere relazioni sociali vere, di sorridere, di riflettere, di risposarsi. Significa un'economia dai tempi più morbidi. Un'economia produttiva di benessere sociale.
  • 2. Economia globale ed economia locale non sono in antitesi: non vi è contrapposizione, anzi vi può essere complementarietà. La Terra potrebbe essere una rete globale di economie locali, supportate dalla globalizzazione di ciò che anche localmente è fondamentale: il rispetto dei diritti umani fondamentali, delle libertà individuali, prime tra tutti quelle sociali e politiche, poi quelle economiche.

E' invece vero che l'economia oggi dominante ha le sue fondamenta in un paradosso: voler governare il mondo reale applicando teorie e modelli astratti, tra cui, la chimera del mercato in concorrenza perfetta. La concorrenza perfetta non esiste tra botteghe di uno stesso vicolo, tra regioni di uno stesso Paese, immaginarsi tra Paesi differenti.

Per chiarire meglio questi concetti, riportiamo di seguito alcuni esempi dell'economia oggi dominante, cioè quella autoreferenziale e votata all'eutanasia, come economia A; l'economia saggia, quella ispirata i principi del cosiddetto sviluppo sostenibile come economia B.

Economia A (economia dominante oggi) Economia B (economia saggia)
Merendine preconfezionate Pane e marmellata
Grand hotel Affittacamere
Fast food Dieta mediterranea/gastronomia tipica
Televisione Teatro
Fibre sintetiche Canapa e fibre naturali
Bibite preconfezionate Spremute d'arancia
Videogiochi Libri
Auto a benzina Biciclette/Auto a alcool o olio di colza
Impianti tradizionali di produzione di energia elettrica Impianti fotovoltaici

In entrambi i casi ritroviamo il lavoro dell'uomo (e quindi l'occupazione), in agricoltura, nell'industria, nei servizi. Ma nel caso "economia A" la ricchezza prodotta in un luogo va a finire in massima parte altrove, lontano, e quindi non riesce più a riprodurre ricchezza nel luogo di origine.

Il problema principale dell' "economia A" è difatti di essere allungata nello spazio e compressa nel tempo: è fatta di beni, servizi e capitali che viaggiano troppo lontani e il cui ciclo di vita è troppo ridotto.

Un bene prodotto finisce spesso in terre lontane, così come i benefici economici e sociali che esso produce. Nel luogo di origine, nel sistema locale, restano le briciole (ad es. i bassissimi salari degli operai locali) e soprattutto gli impatti ambientali e sociali (è evidente come, in questo modo di intendere le cose, ambiente e società siano due insiemi interdipendenti).

Nel caso "economia B" la ricchezza rimane per lo più nel luogo in cui è stata prodotta, e crea economia diffusa, cioè che giunge direttamente o indirettamente a tanti e diversi attori economici del sistema locale.

E' importante allora cercare di ricordarsi che l'economia necessaria è quella che abbiamo tra le mani, non quella di cifre che girano impazzite sui display delle Borse di New York, Tokyo, Milano. L'economia che alla fine conta è quella delle mani che impastano il pane, che arano la terra, che mietono il grano, che battono il ferro, che intrecciano e cuciono tessuti. Cioè quella legata al bisogno quotidiano di milioni di persone di alimentarsi, vestirsi, ripararsi. Quando tutto manca, se tutto mancasse, cioè se il mondo dovesse ripartire da zero per un qualche motivo, è a questi tre bisogni primari che bisognerebbe guardare: sono questi, in ogni angolo del mondo, i presupposti per l'economia. E' fare riferimento a sistemi allungati nel tempo e compressi nello spazio.

2. Lo sviluppo sostenibile in una pianta di basilico.

E' ormai un dato accettato universalmente che l'economia è un sistema aperto che vive all'interno di un sistema chiuso (la Terra), dalle risorse pertanto limitate e dalle leggi fisse. Solo pochi sprovveduti/ignoranti continuano a considerare l'economia come un sistema autonomo indipendente dal sistema che lo circonda. La crescita dell'economia deve quindi tener conto di questo e dotarsi di regole per vivere a lungo e in maniera stabile: perseguire, cioè il cosiddetto sviluppo sostenibile.

Al di là delle definizioni più o meno altisonanti di sviluppo sostenibile, potremmo semplicemente dire che: un'economia è sostenibile quando nasce dall'incontro e non dallo scontro tra l'economia e i sistemi sui cui esso si basa: la società e l'ambiente naturale. La questione è tutta qui, nei grandi sistemi (le dighe cinesi) come nei piccoli sistemi (il nostro consumo quotidiano di acqua potabile).

A titolo meramente esemplificativo, per tentare di dare una definizione di sviluppo sostenibile, si può ragionare sul nostro rapporto col basilico.

Per poterci approvvigionare della quantità di basilico necessaria a preparare una buona salsa di pomodori (o persino un pesto alla genovese), abbiamo tre possibili scelte:

  • 1. strappare con cura alcune foglie dalla piante che noi coltiviamo sul nostro davanzale (anche a Londra e non solo a Palermo);
  • 2. chiedere al nostro fruttivendolo di fiducia alcune foglie (nel generoso Sud generalmente gli "odori" vengono omaggiati ai clienti affezionati);
  • 3. acquistarlo in un supermercato.

Analizziamo i costi-benefici di questi tre comportamenti: Nell'opzione 1, non vi sono costi economici se non un piccolo investimento iniziale per l'acquisto della piantina, di un vaso di coccio e della terra (tre elementi facilmente reperibili anche di seconda mano o gratuitamente); gli impatti ambientali sono prossimi allo zero (le poche gocce d'acqua sono riciclabili anche dalla pasta asciutta); la cura delle piante e il nutrirsi di beni autoprodotti danno origine ad una sensazione di benessere. Inoltre ricordiamo che una pianta di basilico è un efficace repellente naturale per zanzare e insetti: sostituisce pertanto i costosi e tossici zampironi e piastrine delle multinazionali della chimica.

Nell'opzione 2 c'è invece il costo del prodotto, la cui qualità non è certa come nel caso 1 ed in genere proviene da coltivazioni di agricoltura intensiva, quindi con maggiori impatti ambientali.

A ciò si aggiunga, nell'opzione 3, un costo maggior del prodotto (si pagano i passaggi di distribuzione, il costo del materiale e dell'operazione di imballaggio, i costi di trasporto), una minor qualità (in termini di freschezza, ad esempio), un ulteriore impatto ambientale dovuto alla necessità di smaltire l'imballaggio.

Si potrebbe obiettare che l'opzione 3 crea anche una maggior circolazione di denaro: industria chimica, servizi di smaltimento rifiuti, servizi di trasporto, commercio. Ciò è errato: il denaro risparmiato dall'autoproduttore di basilico può essere indirizzato verso altri settori economici: non solo nell'acquisto di vasi e attrezzi per il giardinaggio, ma anche ad esempio, in beni e servizi ricreativi (cinema, teatro, libri, ristorante,...). Non vi è difatti alcun rapporto tra qualità del consumo e propensione al risparmio. L'economia viene quindi egualmente alimentata, ma vi è una maggiore spinta verso ciò che viene fornito o prodotto localmente e in settori meno negativi quando non addirittura positivi in termini di impatto su ambiente e società.

3. Il nuovo eroe: il vicino di casa

(etiam capillus unus habet umbram suam - Publilius Sirius)

Il basilico è un banale esempio di come i nostri comportamenti individuali possono orientare quello che oggi è il motore del mondo: l'economia. L'economia è il sistema che ha sostituito la politica in questo ruolo di leadership, così come c'è stato un avvicendamento dei protagonisti, cioè le multinazionali, che hanno sostituito i governi.

Cambiano gli scenari, cambiano gli eroi. Prima, per cambiare il mondo, per poterne orientare le politiche economiche era necessario incidere sui governi che tali politiche attuavano. C'era quindi bisogno di azioni e esistenze coraggiose, di eroi disposti a dedicare la propria esistenza (fino all'estremo sacrificio) per cause sociali e politiche.

Questi tempi sono cambiati: i centri di potere non coincidono più con i singoli governi (più o meno rappresentativi di volontà popolari) ma con pochi enormi gruppi economici che "comprano" i governi, ne cambiano le regole a piacimento in nome del profitto (quindi del vantaggio di pochi: gli azionisti).

Per "colpire" tali centri basta allora orientare la propria spesa quotidiana, le proprie scelte nell'acquisto di beni e servizi, il proprio risparmio, basandosi su una maggiore consapevolezza degli effetti che i nostri comportamenti economici hanno su società ed ambienti anche remoti.

Il vicino di casa, la sua famiglia composta di consumatori ancor prima che di elettori, ha in se stesso un'enorme potenzialità per cambiare i destini del mondo.

Il diritto al consumo lo esercitano di fatti tutti (dai neonati agli anziani), mentre molti di meno (e con saltuarietà) sono quelli che possono/vogliono esercitare il diritto di voto.

Ovviamente, a fronte di una illimitata potenzialità teorica, esistono molti limiti applicativi pratici.

Difatti ogni vicino di casa può essere, allo stesso tempo, cardine strutturale o eccezione al sistema. E cioè: la volontà di ognuno di noi di agire come consumatore alternativo, deve affrontare grandi limiti pratici. Allo stato attuale, difatti, le scelte di consumo alternativo comportano costi maggiori (diretti e indiretti) a causa della scarsità delle risorse (ad. es.: i cibi biologici e i prodotti del commercio equo hanno prezzi generalmente più elevati e sono di più difficile reperimento).

Per cui non è sempre possibile tenere un comportamento coerente con le proprie ideologie e quindi spesso si finisce per alimentare il sistema economico cui idealmente ci si oppone.

Affinché diminuiscano i costi e aumenti l'area di diffusione di un prodotto, è prima di tutto necessario che cresca la domanda e cioè che aumenti il numero di "consumatori alternativi" e che quindi questi (i pionieri in particolare) sopportino alcuni sacrifici.

4. Ambiente e pancia piena

Di ambiente si può parlare solo dopo una buona mangiata: questo detto potrebbe sintetizzare la difficoltà dell'applicazione del diritto e delle politiche ambientali. Tutelare l'ambiente che ci circonda è difatti considerata una priorità solo per tre categorie di persone:

- i nativi, ovvero chi nutre un attaccamento storico, generazionale con un territorio e che ne conoscono quindi la delicatezza dell'equilibrio. Ciò è ancor più vero se si tratta di piccole comunità (dove i rapporti sociali sono quindi facilitati) che risiedono in zone di alta naturalità (dove quindi vi è una percezione maggiore dell'equilibrio uomo-natura);

- gli èlitari: cioè coloro i quali (giovani, ambientalisti, intellettuali, ecc.) riescono per un motivo o un altro a mettere la protezione dell'ambiente locale e/o globale tra le priorità personali assolute. Questo loro interesse tende a scemare (o per lo meno scema l'impegno profuso) mano a mano che da èlite diventano massa, cioè quando si lasciano coinvolgere dai problemi della vita quotidiana;

- i maturi, coloro i quali vivono in comunità (anche di grandi dimensioni) dove al questione ambientale è al centro della politica quotidiana. In questo caso è molto forte la percezione del fatto che vivere in un ambiente sano migliora sensibilmente la qualità della vita e che l'ambiente può diventare un fattore strategico per l'economia personale e della comunità.

Purtroppo le èlite a cui si faceva riferimento costituiscono una minoranza. La maggior parte della popolazione mondiale non rientra in queste categorie: difatti i 2/3 sono alla presa con problemi di sopravvivenza quotidiana.

Occuparsi dell'ambiente è un "lusso": un elefante ucciso, un albero pregiato tagliato fruttano pur sempre qualche dollaro al mercato nero e i bambini africani da sfamare sono tanti.

L'economia dell'ambiente, a mio avviso, si riduce a questo. Ciò è vero a tutti i livelli: chi è preso dal quotidiano problema di far quadrare i conti avrà difficoltà a spendere anche piccole somme in più che il cibo biologico richiede o a pensare di installare pannelli solari spendendo cifre che saranno ammortizzate chissà quando.

Anche i nativi sono una minoranza: la maggior parte delle persone nasce in contesti urbani dove non vi è alcuna percezione dell'ambiente (naturale circostante): l'acqua è quella che esce dai rubinetti e defluisce negli scarichi, il cibo è quello che arriva inscatolato sulla tavola, l'aria è quella irrespirabile, di sempre. La natura, l'ambiente, sono in qualche documentario TV in mondi troppo lontani dal nostro quotidiano e sembrano quasi non interessare.

I maturi sono anch'essi un'eccezione. Ma è pur sempre una speranza, poiché sono comunità in crescita, che esercitano un'attrazione presso un numero sempre maggiore di persone. Anche se rimangono società economicamente elitarie.

Quindi, per far accettare a tutti che l'ambiente ritorni nella vita quotidiana, bisogna renderlo economicamente attrattivo, conveniente. Esiste una soglia, nel comportamento individuale, che segna il passaggio da animale individualista a animale sociale, cioè la soglia di percezione che un vantaggio per la collettività è un vantaggio per il singolo e che non può esistere vita di singolo privilegiata e felice in una situazione di generale degrado.

Bisogna lavorare affinché tale soglia sia percepita da tutti e sia la più bassa possibile.

5. Il paradosso di Bill Gates

Quello che definirei il "paradosso di Bill Gates" ci può fornire un'ulteriore chiave di interpretazione: quanto vale la vita di Bill Gates (fondatore e padrone della Microsoft, tanto per citare uno degli uomini più ricchi della terra) al di là di ogni giudizio di merito sulle sue fortune? 1.000, 10.000 milioni di dollari? Secondo me al massimo 100 dollari, probabilmente meno. Tanto vi chiederà un qualsiasi baby killer di una gang di strada delle periferie di una qualsiasi metropoli USA. E se siete fortunati potreste trovar anche chi lo fa gratis, perché la rabbia (fomentata dal fanatismo religioso o alimentata dalla fame) è cattiva consigliera.

Il paradosso di Bill Gates dice quindi che: non serve vivere in castelli dorati se fuori tutto è desolazione.

La rivoluzione francese dovrebbe averci insegnato almeno questo. Ma molti dittatori (più o meno riconosciuti e riconoscibili) in carica ancora oggi forse non hanno mai studiato storia....

Alberto Corbino

ottobre 2002

 













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