LA POTENZA PEDAGOGICA DELLE FIABE

Premessa
di Cristina www.thelivingspirits.net
Di recente osservavo le reazioni di figli di amici mentre raccontavo loro la
storia di Christian the Lion (niente di arcaico ma certo molto di
"eccezionale") e mi stupivo di come fossi riuscita con questo tema a
tenerli presenti ed in ascolto (non essendo più piccolisismi ma nemmeno ancora
teen-agers...) anzichè subito "per i cavoli loro" come consuetudine a
cui assitevo.
Soprattutto parlando loro dell'"uomo che sapeva parlare e
vivere con i leoni e che fu costretto ad uccidere il suo migliore
amico-leone..." ovvero George Adamson , personaggio forse ancor più
commovente del resto della storia...
Sotto Natale... queste che seguono sono utili note e magari anche promotrici
di idee migliori per i regali anche se, capisco, la lotta è dura tra il
cellulare ultimo modello e i pod /MP3 anche per gli under 15...
La potenza pedagogica delle fiabe
di Maurizio Blondet (pubblicato il 27 dicembre 2007).
Serge Boimare è direttore pedagogico del "Centro Claude Bernard"
di Parigi, un centro "medico-psico-pedagogico" che ha a che fare, come
si intuisce, con scolari difficili, socialmente o psichicamente disturbati,
ribelli, semi-delinquenti. Bomaire è un esperto del problema seguente: perché
alcuni ragazzi, quando entrano a scuola, cessano o si rifiutano di apprendere?
Prima, da bambini, hanno imparato spontaneamente e con piacere cose
difficilissime: camminare, parlare, disegnare. Perché la scuola li blocca?
Ecco come il direttore Boimare rievoca le sue esperienze in un'intervista a
Le Monde (1):
"Ai miei inizi nell'insegnamento specializzato, i bambini di 10-12 anni
che avevo in carico non erano capaci di leggere e presentavano tutti gravi
problemi di comportamento. Dopo quindici giorni non avevo più scolari nella
classe: i più se ne stavano fuori, nel cortile, occupati a giocare o a
provocarmi.
"Sarei caduto in depressione se un giorno non avessi aperto un libro di
favole dei Grimm che era là attorno per tentare di trattenere quelli che ancora
stavano in classe. Come per incanto, ho visto i miei scolari tornare in classe,
e mettersi ad uno ad uno ad ascoltare...".
"In capo a qualche settimana ero riuscito a ricostituire il mio gruppo
leggendo loro delle favole. Non che la cosa mi rassicurasse. Tanto più che
quelle storie erano piuttosto tremende da capire, e ciò secondo me rischiava di
aggravare il problema... Ma molto presto notai che, se applicavo i miei
insegnamenti sul testo che leggevo loro, essi accettavano di fare un piccolo
sforzo. Solo più tardi ho compreso che se quei racconti terrificanti li
interessavano, era anche perché i ragazzi vi trovavano la raffigurazione delle
loro inquietudini, proprio di quelle paure arcaiche che li parassitavano".
Da quel momento, Boimare applica ai super-renitenti ad apprendere quella che
lui chiama "mediazione culturale".
Che cos'è?
"Fiabe, passaggi della Bibbia, romanzi: la mediazione culturale deve
permettere loro di avvicinare le loro preoccupazioni identitarie dando loro una
forma, includendole in uno scenario che le rende universali, e condivisibili con
gli altri. Così, poco a poco, questi ragazzini trovano un poco della libertà
di pensare. Ci vogliono quasi due anni per cominciare ad avere dei risultati, ma
funziona! E gli scolari delle classi normali, quelli che non hanno problemi
particolari, non hanno nulla da perdere da questo metodo".
"....per esempio, appoggiandosi ad un romanzo di Giulio Verne, ogni
professore, sia di lettere, di matematica o d'inglese, può trovarvi materia per
tornare sulle linee generali del suo programma. Non è tanto complicato.
Beninteso, a condizione di accettare il lavoro di riflessione e di animazione in
gruppo che ciò comporta....È questo che spesso viene rifiutato dagli
insegnanti, che hanno l'impressione di rischiare di perdere una parte della loro
libertà d'azione...Ciò può essere vero, ma gli allievi hanno tanto da
guadagnarci".
Il professor Boimare ha scoperto una cosa non proprio insolita: che la
cultura si trasmette con la cultura. Che altro sono le "favole, i passaggi
della Bibbia, i romanzi"?
Sono precisamente gioielli della cultura, e di quella cultura
"arcaica", "irrazionale" e "terribile" dove i
ragazzi difficili vedono proiettate le loro paure arcaiche, corrispondenti allo
stato arcaico-infantile del loro sviluppo.
Piccoli uomini primitivi, si lasciano affascinare dal racconto orale e dal
mistero potente che si cela e si promette dietro figure simboliche, e
inquietanti: l'Orco, la strega cattiva, il Gatto con gli Stivali; Davide re e
peccatore prediletto da Dio, il capitano Nemo... Perenni figure che accendono il
fuoco del voler scoprire, del voler capire, appellandosi non alla ragione (che i
ragazzi non hanno) ma al cuore voglioso di avventure e di prove iniziatiche.
Boimare non è affatto stupido. È uno psicologo clinico specializzato in
pedagogia, e insegna a ragazzi difficilissimi (quelli con "rifiuto
totale") da trent'anni. Il suo ritardo culturale non è suo, ma della
pedagogia egemone, illuminista e "progressista", che ha cancellato le
fiabe.
No, non è affatto sciocco Boimare. Tant'è vero che ha ripensato da capo e
rigettato quella pedagogia che mantiene selvaggi i selvaggi, limitandosi a
dotarli di telefonino.
"Sarebbe tempo di ammettere - dice - che i rimedi cognitivi più
sofisticati non danno risultati con quel genere di scolari".
Perché?
"Perché il problema è altrove. Quando un ragazzo intelligente rifiuta
totalmente di entrare nell'apprendimento della lettura e del calcolo, vuol dire
che è riuscito a mettere in atto, a sua insaputa, delle strategie per non
affrontare la situazione....È come se l'allievo in stato di fallimento
massiccio non potesse trovare il suo equilibrio personale che evitando di
pensare".
La fiaba supera questo blocco. Dice al ragazzo: non pensare, ascolta. Ecco il
racconto, l'antica storia di Pollicino o di Edipo. Basta ascoltarla. Non occorre
capirla. È bella in sé.
Invece, dice Boimare, "dal momento esatto in cui si mette il ragazzo di
fronte alle costrizioni connesse al funzionamento intellettuale, egli si blocca,
perché vede risvegliarsi in questa situazione di apprendimento i suoi timori
arcaici, forse legati alle sue prime esperienze educative, che non è mai
riuscito a superare".
Ma quali sarebbero questi arcaici terrori, domanda scettico il giornalista di
Le Monde, ovviamente razionalista.
Boimare spiega: nell'infanzia, il bambino ha appreso tantissimo vedendo e
ascoltando, senza far ricorso alle facoltà di ragionamento intellettuale.
I ragazzi difficili in particolare possono aver sviluppato "eccellenti
capacità di associazione immediata" (non hanno appreso così, i bambini
della foresta amazzonica, a diventare buoni cacciatori, seguendo il padre
cacciatore e vedendo come riconosce le tracce e i segni della preda, di cui sa
dire il nome e il carattere?); il guaio è che queste capacità
"eccellenti" ma selvagge le usano anche a scuola, "con un solo
scopo: 'bruciarÈ il tempo di sospensione che comporta il lavoro del
pensiero".
Infatti quesi ragazzi sono i noti "iper-attivi", sempre in
movimento, nel "passaggio all'atto", che nelle scuole Usa vengono
imbottiti di tranquillanti e sedativi.
Invece, avrebbero bisogno di fiabe.
La fiaba insegnerebbe loro a bassa voce: non chiederti "come va a
finire". Come va a finire, lo sai: "...e vissero felici e
contenti".
Ma il bello della antica storia non è la sua fine: è il suo indugio, il suo
percorso lento e tortuoso come un fiume, le sue anse dietro a cui può esserci
il drago o la principessa, il cavallino parlante che ti aiuterà o l'Orco che ti
getta nel pentolone... la storia è così bella in sé, che tu "non
vuoi" che finisca. Vuoi che essa indugi, che tardi a concludersi.
È così bella, che persino tu fai finta di non sapere "come va a
finire". E così impari a sospendere la domanda: che cosa c'è di vero? È
tutta inventata la storia? Ci sarà tempo per scoprirlo. Per adesso, ascolta
l'antica storia.
Questi bambini che vogliono "bruciare" le tappe usando le arcaiche
associazioni che hanno imparato da selvaggi, e che non valgono più, dice
Boimare, "non hanno appreso a ripiegarsi nel loro mondo interiore, sia
perchè non hanno ricevuto da piccoli la sicurezza affettiva di cui avevano
bisogno (2), sia perché non gli è stato insegnato a gestire la frustrazione. E
per questo mancano di certe competenze psichiche: la stima di sé, e la
capacità di differire i desiderio nel tempo, di sopportare le loro
mancanze".
Eh sì.
Il mondo interiore è ciò che distingue l'uomo ad ogni altro animale, basta
osservare le scimmie nella gabbia dello zoo per capire che esse scrutano
costantemente, tese fino allo spasimo, "il mondo esterno": ogni
piccolo movimento, il crocchio di un sacchetto di noccioline, la banana in mano
di un bambino le rende iper-attive; guardano spiritate, lanciano urli saltando,
incontenibili.
Sono letteralmente "fuori di sé", assorbite dall'esterno che urta
i loro sensi eccitati.
Ma il mondo interiore non è meno doloroso. Anzi, da lì vengono tutti i
nostri arcaici terrori. Lì compaiono quelle creature che pongono le domande cui
si vorrebbe sfuggire: perché anch'io morirò? Che senso ha tutto questo?
Perché il dolore mi ha colpito? Non c'è scampo a tutto questo?
Il mondo interiore è la scoperta della propria radicale solitudine. Ma
esplorarlo è compito proprio dell'uomo, e le fiabe sono le guide primarie in
questa foresta primordiale. Insegnano a vincere gli Orchi e le streghe che ci
attendono alle svolte inevitabili della vita umana.
E danno speranza: anche tu, sartorello che si vanta di aver ammazzato sette
mosche, puoi vincere il drago e conquistare la principessa dormiente che, in
giorni lontanissimi, era chiamata Psiche.
Può essere accanto il Gatto con gli Stivali: questa inquietante creatura
che, in un'altra e più arcaica metamorfosi, accompagnò Tobia figlio di Tobi a
chiedere il suo, e si chiamava Rafael. Questo Rafel aveva infatti gli stivali
delle sette leghe, perché con lui accanto Tobia fece a piedi in due giorni la
strada da Rage ad Ectbatana, che sono almeno 300 chilometri; e quando il demone
ammazza-mariti uscì da Sara, mentre Tobia godeva la prima notte con la sposa,
quell'essere inseguì il demone fino in Egitto e lo legò con catene. Una
creatura magica, che indicò a Tobia come catturare il pesce con il cui fiele,
cuore e fegato si può guarire un cieco e cacciare un demonio assassino.
È una vecchia fiaba, narrata molte volte, in molti modi diversi, eppure
sempre uguale. Inutile dirsi che è inverosimile. Quel pesce risanatore
inverosimile divenne "vero" molti secoli dopo, quando i suoi seguaci
si riconobbero fra loro col segno del Pesce, Ichtyos. Lo videro ridare la vista
ai ciechi e cacciare i demoni, e videro il suo cuore spaccato.
Ma per il bambino sono favole, inutile chiedersi subito se sono vere, se il
desiderio verrà esaudito. Per ora, basta sapere che il Mago, che si chiamava
Merlino e in tempi molto più primordiali si chiamò Wotan, anzi Ouranos (3), si
fa' elusivo e invisibile, sembra che non ci sia - e alla fine l'eroe della fiaba
scopre che gli è stato sempre accanto, gli ha segnato la strada, l'ha soccorso
e sostenuto in ogni istante.
Questo raccontano le fiabe. Ognuno decida da sé, negli anni, se esse sono
false o vere: ti lasciano libero, mentre ti introducono al mondo interiore - in
cui vivrai come uomo - e ai suoi terrori.
Ma la pedagogie illuminista non vuole. Vuole che il bambino stia
assolutamente nella "realtà" e non ne sfugga, che non sogni; che
diventi un "cittadino" e magari un agente di Borsa, uomo coi piedi per
terra, che non spera mai nell'aiuto del Mago.
Così vogliono i nostri bambini, i pedagogisti. A costo di farne degli
iper-attivi che che si bloccano nel pensare, dei malati.
Io sospetto che i padri della pedagogia illuminista lo sapessero benissimo,
ma abbiano lo stesso vietato le fiabe per il motivo intuibile: per impedire ai
bambini anche solo di ipotizzare Rafael con gli stivali delle sette leghe, anche
solo di sentir parlare del Mago sempre invisibile ma che, forse, ti sta segnando
la strada.
In fondo, nessuno è realista e secolarizzato come le scimmie dello zoo: ma
quale mago, date qui le noccioline!
Arraffa la banana!
Tutte le banane!
A quanto le banane oggi?
3 mila noccioline a me!
No a me, ottomila!
Subito!, con gesti spiritati, con urla, saltellando, pisciandosi addosso per
l'eccitazione... esattamente come i brokers a Wall Street, come i padroni del
vapore, come i furbetti del quartierino, come i politici nello zoo parlamentare.
Gente coi piedi per terra. Che non crede a nessuna favola.
Note bibliografiche
1) Catherine Vincent, " Les enfants en échec scolaire massif doivent
retrouver la liberté de penser " , Le Monde, 1 dicembre 2004.
2) Incredibilmente, la pedagogia illuminista (almeno in Francia)
"raccomanda ai giovani insegnanti, durante la loro formazione, di evitare
le relazioni affettive con i loro scolari. Mentre la stessa neurologia dice che
se un bambino non è coinvolto affettivamente non è in grado di apprendere
nulla" (Boris Cyrulnik, neuropsichiatra, Le Monde citato).
3) "Ouranos" in greco è il cielo stellato: parola antichissima, che
in sanscrito suona Varuna (Uaruna), l'Onnisciente, il primo e più alto dio.
Dice il Rig-Veda: "Ogni cosa che esiste nel cielo e nella terra, o anche
oltre il cielo, sta aperto davanti agli occhi di Varuna il re.
Egli conta le occhiate segrete di ogni occhio mortale (i desideri occulti). Quando il
giocatore tira il suo dado, è Lui che regge il gioco sulla scacchiera
universale. Quei lacci annodati che tu lanci per legare il malvagio, o Dio! Che
catturino tutti i mentitori, ma che risparmino tutti i veritieri". Varuna
abita in una reggia che ha migliaia di porte - le stelle - sì da essere sempre
accessibile agli uomini. Conosce tutto ciò che si agita nel cuore di ogni uomo.
Egli è superiore a tutti gli altri dei, il sovrano regolatore dell'universo:
sue sono le leggi che regolano l'universo, e sono fisse per sempre. In un altro
mito, d'altra cultura, è chiamato l'Antico dei Giorni. L'allusione vedica ai
lacci di Varuna richiama l'arma di Merlino, che è la rete: la magica rete
annodata di stelle di cui il Mago celtico ha avvolto il mondo e tutti gli
uomini, di cui conosce i pensieri. Merlino può cambiare forma a piacere,
apparendo sotto le più insolite spoglie. Merlino è il bardo, racconta favole
antiche.