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LA STORIA DEL QUARTO SAGGIO

(The story of the other wise man)

Harper & Brothers Publisher, New York and London, 1902
Chi cerca il cielo solo per salvare l'anima può tenere il sentiero, ma non raggiungerà la meta; mentre chi avanza con amore può errare lontano, ma Dio lo porterà nella regione dei beati.
Introduzione

Voi conoscete certo la storia dei Tre Saggi dell'Oriente, e come venissero da lontano alla stalla di Betlemme ad offrire i loro doni. Ma, dite, non udiste mai la storia dell'altro Saggio che vide anch'egli la stella al suo sorgere, e partì per seguirla, ma non giunse insieme ai suoi tre fratelli alla presenza del bambino Gesù?

Ebbene, del suo grande desiderio inappagato e pur soddisfatto nella rinuncia, del suo molto peregrinare, e delle prove della sua anima, della sua lunga ricerca e dello strano modo in cui trovò l'Uno che cercava, io voglio narrarvi la storia, quale l'ho ascoltata a brani nell'aula dei Sogni, nel palazzo del Cuore dell'Uomo.

Il segno nel Cielo

Nei giorni in cui Cesare Augusto era signore di molti re, ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ectabana fra le montagne della Persia un uomo chiamato Artaban, il Medio.

La sua casa era situata presso la più esterna delle sette muraglie, che circondavano il tesoro regale, e dal suo tetto, guardando al di sopra degli altri edifici bianchi e neri, cremisi, turchini, rossi, argentei e dorati, poteva vedere l'altura su cui il palazzo d'estate degli imperatori dei Parti scintillava come un gioiello in una settemplice corona.

Intorno alla dimora d'Artaban si stendeva un bel giardino folto di piante fiorite e d'alberi fruttiferi, irrigato da una quantità di ruscelli, che scendevano dai fianchi del Monte Oronte, e risuonante del canto di innumerevoli uccelli. Ma in quella notte di tardo settembre tutti i colori erano spenti nella molle e profumata oscurità, e tutti i suoni tacevano nell'incanto profondo del silenzio, tranne il gorgogliar dell'acqua simile ad una voce or sospirosa or ridente sotto l'ombra delle fronde. In alto una pallida luna brillava attraverso le cortine che ornavano gli archi della stanza superiore dove il padrone di casa doveva tenere consiglio con i suoi amici.

Egli stava ritto sulla soglia della porta ad accogliere gli ospiti - alto, bruno, dell'età di circa quarant'anni, con occhi luminosi molto vicino l'uno all'altro sotto l'ampia fronte, e con profonde linee segnate intorno alle belle labbra sottili - fronte di sognatore e bocca di soldato - uno di quegli uomini che, in qualunque epoca vivano, son nati al conflitto interiore, e ad una esistenza di ricerca.

Portava un mantello di pura e bianca lana, gettato su d'una tunica di seta, ed un cappuccio bianco a punta con lunghi lembi, che cadevano ai lati sui capelli neri e fluenti. Era l'abito degli antichi sacerdoti, dei Magi, detti gli adoratori del Fuoco.

"Benvenuto", egli diceva con la sua voce bassa e armoniosa a ciascuno degli ospiti, man mano che essi entravano uno dopo l'altro nella stanza - "Benvenuto, Abdo, la pace sia con voi Rhodaspe e Tigrane, e con te mio padre, Abgare. Tutti siate i benvenuti, e questa casa si illumina di gioia per la vostra presenza."

Gli uomini erano nove, d'età molto diversa,, ma tutti riccamente vestiti di sete variopinte, e tutti portavano collane d'oro massiccio indicanti la loro nobiltà di Parti, e recavano sul petto l'aureo cerchio alato, emblema dei seguaci di Zoroaustro.

Essi presero posto intorno ad un piccolo altare nero, situato in fondo alla stanza, e su cui ardeva una tenue fiamma. Artaban diritto vicino ad esso ed agitando sul fuoco un fascio di piccoli rami di tamerici lo alimentava con bastoncelli secchi di pino e con oli profumati: quindi intonava l'antico inno di Yasaa, e le voci dei suoi compagni si univano nel bellissimo canto di Ahura-Mazdao:

Noi adoriamo lo Spirito Divino,
  che possiede tutta la sapienza e tutta la bontà
  circondato di Santi Immortali,
  largitori di doni e di benedizioni;

Noi ci rallegriamo delle opere delle Sue mani
  testimoniando la Sua verità e il Suo potere.

Noi lodiamo tutte le cose che son pure,
  poiché esse sono la Sua sola Creazione
  I pensieri veraci e le parole
  e le azioni lodevoli
  tutti sono retti da Lui
  e per essi noi adoriamo.

Ascoltaci, o Mazda, Tu vivi
  in verità ed in celeste letizia.

Mondaci dalla falsità, e guardaci
  dal male e dalla schiavitù della nequizia.

Emana la luce e la gioia della Tua vita
  sulle nostre tenebre e sul nostro dolore.

Splendi sui nostri giardini e sui nostri campi,
  splendi sul nostro lavoro e sulle nostre imprese
  splendi su tutta la razza umana,
  sui credenti e sui miscredenti;

Splendi su di noi ora attraverso la notte
  splendi su di noi ora nella Tua possanza,
  ricevi la fiamma del nostro santo amore
  e l'inno della nostra adorazione.

Il fuoco si era acceso a poco a poco con il canto, palpitando come una fiamma sonora, finché inondò di viva luce tutta la stanza rivelandone la semplicità e lo splendore.

Il pavimento era di mattonelle color turchino scuro venato di bianco; contro le pareti pure turchine si levavano colonne attorcigliate d'argento, e la galleria di finestre arcuate, che correva sopra di esse, era parata di tende di seta azzurra; il soffitto a volta tutto incrostato di zaffiri e cosparso di stelle d'argento aveva la chiarezza del cielo. Ai quattro angoli pendevano quattro ruote magiche, dette le "lingue degli Dei". Al lato orientale, dietro l'altare, si levavano due colonne di porfido rosso scuro su cui posava una architrave della stessa pietra; su queste era scolpita la figura di un arciere alato con la freccia alla corda e l'arco teso.

L'apertura fra le due colonne, la quale dava adito ad un'alta terrazza sul tetto, era chiusa da una pesante cortina color granato, ricamata di innumerevoli raggi dorati che parevano uscire da suolo. La stanza era invero come una notte stellata, tutta azzurra ed argento, colorita ad Oriente dalla rosea promessa dell'aurora. Era, come ogni casa dovrebbe essere, l'espressione del carattere e dello spirito del suo padrone.

Finito l'inno, egli si volse verso gli amici, e li invitò a sedere sul divano all'estremità occidentale della stanza.

"Voi siete venuti, stanotte", disse girando su di essi lo sguardo, "alla mia chiamata quali fedeli discepoli di Zoroaustro a rinnovare la vostra adorazione e riaccendere la vostra fede nel Dio della Purità, come questo fuoco è stato riacceso sull'altare. Noi non adoriamo il fuoco, ma Colui del quale esso è il simbolo, perché la più pura delle cose create. Esso ci parla di uno che è Luce e Verità. Non è così padre mio ? "

"Ben detto, figliolo", rispose il venerando Abgare. "Gli illuminati non sono mai idolatri. Essi sollevano il velo della forma e penetrano nel santuario della realtà; attraverso gli antichi simboli vengono ad essi continuamente nuova luce e nuova verità".

"Ascoltatemi dunque, padre mio ed amici", disse Artaban con calma solenne. "Io vi dirò della nuova luce e della nuova verità che sono giunte a me attraverso i più antichi di tutti i segni. Noi abbiamo investigati insieme i segreti della natura, e studiati le virtù sanatrici dell'acqua, del fuoco e delle piante rintracciare il loro corso è districare le fila del mistero della vita dal principio alla fine se noi potessimo seguirle perfettamente, nulla ci sarebbe celato. Ma la nostra conoscenza di esse è ancora incompleta. Non esistono forse molte stelle ancora al di là del nostro orizzonte? Luci note soltanto agli abitatori delle lontane terre del Sud, fra le piante aromatiche di Punt e le miniere d'oro di Ofir?"

Un mormorio di assentimento corse fra gli ascoltatori.

"Le stelle", disse Tigrane, " sono i pensieri dell'Eterno. Esse sono innumerevoli, mentre i pensieri dell'uomo possono essere contati, come gli anni della sua vita. La sapienza dei Magi è la più grande di tutte le sapienze sulla terra, perché conosce la propria ignoranza. Questo è il segreto del potere. Noi teniamo sempre gli uomini intenti all'attesa di una nuova aurora; ma noi sappiamo che le tenebre sono uguali alla luce e che il conflitto fra di esse non finirà mai."

"Questo non mi soddisfa", rispose Artaban, "poiché se l'attesa dovesse essere interminabile, se non dovesse compiersi mai, non sarebbe saggio aspettare. Noi dovremo allora divenire come quei nuovi insegnanti Greci, i quali dicono che non esiste verità, e che son saggi soltanto coloro che passano la vita scoprendo ed esponendo le menzogne in cui il mondo ha finora creduto.

"Ma la nuova aurora spunterà certo al tempo stabilito. Non dicono i nostri libri che questo deve avvenire, e che gli uomini vedranno lo splendore di una gran luce?"

"E' vero, disse la voce di Abgaro, "ogni discepolo fedele di Zoroastro conosce la profezia dell'Avesta, e ne porta in cuore le parole: "In quel giorno Sosiosh il Vittorioso sorgerà tra i profeti in Oriente. Intorno a lui brillerà un grande splendore; egli renderà eterne e incorruttibile la vita, ed i morti risorgeranno".

"Questo è un detto oscuro", disse Tigrane, "e forse non lo comprenderemo mai. È meglio occuparsi delle cose che ci son più vicine, ed accrescere l'influenza dei Magi nel paese, invece di aspettare uno che potrebbe essere straniero, ed al quale dovremo cedere il nostro potere".

Un tacito consenso si manifestò tra gli auditori, e sulle loro facce si dipinse quella indefinibile espressione che indica l'aver l'oratore espresso un pensiero latente nei cuori dei suoi ascoltatori. Ma Artaban si volse ad Abgaro con volto acceso e disse:

"Padre mio, io ho serbato questa profezia nel segreto della mia anima. La religione senza una gran speranza sarebbe come un altare senza un fuoco vivo. Ed ora la fiamma ha brillato più luminosa, ed alla sua luce io ho letto altre parole venute pure dalla fontana di verità, e che parlano ancor più chiaramente del sorgere del Vittorioso nel suo splendore".

Trasse dal petto di sotto la tunica due piccoli rotoli di tela finissima, copeti di scritture; li dispiego con cura sul suo ginocchio e disse:

"Nei lontani anni del passato, molto prima che i nostri padri venissero in Babilonia, erano in Caldea uomini saggi, da cui i primi magi appresero il segreto dei cieli. Fra questi Balaam, figlio di Baor, era dei più grandi. Udite le parole della sua profezia:" Verrà una stella da Giacobbe, ed uno scettro sorgerà da Israele." Le labbra di Tigrane si piegarono con disdegno, mentre diceva:

"Giuda fu prigioniero in Babilonia, ed i figli di Giacobbe furono schiavi dei nostri re. Le tribù d'Israele sono sparse per le montagne come greggi sperdute, e da ciò che resta di esse in Giudea sotto il giogo di Roma non sorgerà né stella né scettro".

"Eppure", insisté Artaban, "l'Ebreo Daniele, famoso spiegatore di sogni e consigliere di re, era il più venerato ed amato dal nostro re Ciro. Daniele , costò al nostro popolo di essere un profeta sicuro, un lettore dei pensieri di Dio. E queste sono le parole scritte da lui: (Artaban lesse nel secondo rotoletto ) "Sappiate quindi, e comprendete, che dal giorno della promulgazione del comandamento di ricostruire Gerusalemme fino alla venuta dell'Unto, del Principe, passeranno sette e settanta e due settimane."

"Ma figlio mio " disse Abgaro esitante, questi sono numeri mistici. Chi può interpretarli e trovare la chiave che ne dischiuda il significato?"

Artaban rispose: "E' stato mostrato a me ed ai miei tre compagni Magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Noi abbiamo investigato le antiche tavolette della Caldea e computato il tempo: cade quest'anno. Noi abbiamo studiato il cielo: nella primavera scorsa vedemmo due delle stelle più grandi avvicinarsi al segno del pesce che è la casa degli Ebrei. Colà vedemmo pure una nuova stella che brillo per una notte e poi disparve.

Ora i due grandi pianeti si incontrano di nuovo: questa notte avviene la loro congiunzione. I miei tre fratelli vegliano dall'antico tempio delle sette sfere a Borsippa in Babilonia, ed io veglio qui. Se la stella splenderà di nuovo, essi mi aspetteranno dieci giorni al tempio, e poi partiremo insieme per Gerusalemme, a vedere ed adorare Colui che è promesso, e che sarà Re di Israele. Io credo che il segno verrà, e mi sono preparato al viaggio. Ho venduto la mia casa ed i miei possedimenti ed ho comprato questi tre gioielli - uno zaffiro, un rubino ed una perla - per portarli come tributo al Re. Volete voi venir meco in pellegrinaggio per avere insieme la gioia di trovare il Principe degno d'esser servito ?"

Nel parlare affondava la mano fra le pieghe interne della cintura e ne traeva tre grosse gemme - una azzurra come un lembo di cielo notturno, una più rossa di un raggio di sole sorgente, ed una bianca e pura come la vetta di un monte nevoso nel crepuscolo - e le posava sui rotoli di lino spiegati davanti a lui.

Ma i suoi amici lo guardarono con stupore e disapprovazione. Un velo di dubbio e di diffidenza si stese sulle loro facce come la nebbia che levandosi da una palude nasconde le colline. Essi scambiarono tra di loro sguardi di meraviglia e di compassione, come chi ascolta cose incredibili; la storia di una visione strana, o la proposta di una impossibile impresa.

Alla fine Tigrane parlò: "Artaban questo è un sogno vano, cagionato dal guardare troppo le stelle e dal voler penetrare pensieri profondi. Sarebbe più saggio impiegare il tempo a raccogliere denaro pel nuovo tempio del fuoco a Chala. Nessun re sorgerà mai dalla dispersa razza di'Israele e fine non avrà mai l'eterna lotta fra la luce e le tenebre. Chi l'aspetta è un cacciatore d'ombre. Addio."

Un altro disse: "Artaban, io non m'intendo di queste cose, ed il mio ufficio di Guardiano del tesoro regale mi lega qui. La ricerca di cui parli non è fatta per me, se tu vuoi intraprenderla, addio ".

Ed un altro mormorò: "Nella mia casa dorme una giovane sposa, ed io non posso lasciarla né condurla meco in così strano viaggio. Questa ricerca non fa per me. Ma possano i tuoi passi essere fortunati ovunque tu vada. Addio ".

Ed un altro disse: " Io son malato e non posso reggere allo strapazzo, ma fra i miei servi è un uomo che manderò teco quando partirai, perché mi porti notizia del tuo viaggio".

Ma Abgare, il più vecchio e quello che più amava Artaban, restò dopo che gli altri si furono dipartiti e parlò gravemente: "Figlio mio, può essere che in questo segno apparso nei cieli sia la luce di verità ed allora esso condurrà certamente al Principe ed al grande Splendore. Oppure può essere solo un'ombra della luce, così come ha detto Tigrane, ed allora chi lo segue si perderà in un lungo pellegrinaggio e in una vana ricerca.

Ma è meglio seguire anche l'ombra di ciò che è il meglio piuttosto che restare paghi del peggio. E coloro che vogliono vedere cose meravigliose debbono sovente esser pronti a viaggiare soli. Io son troppo vecchio per questo viaggio, ma il mio cuore ti accompagnerà giorno e notte ne tuo pellegrinaggio e saprò almeno l'esito della tua ricerca. Va in pace".

Così ad uno ad uno tutti uscirono dalla stanza azzurra a stelle d'argento, ed Artaban rimase solo. Egli raccolse i tre gioielli e li rimise nella cintura: rimase a lungo in piedi a guardar la fiamma che guizzava e si spegneva sull'altare , poi traversò la sala, sollevò la pesante cortina e, passando fra le due colonne di porfido rosso, uscì sulla terrazza.

Il brivido che freme attraverso la terra prima che essa si risvegli dal suo sonno notturno era già cominciato, ed il vento fresco foriero dell'alba scendeva dalle falde scoscese e segnate di neve del monte Oronte. Qualche uccello appena svegliato svolazzava pigolando tra le foglie, e l'odore dell'uva matura saliva a folate dal pergolato. Lontano sulla pianura verso oriente si stendeva come un lago di nebbia candida. Ma lontano ad occidente, dove il piano di Zagre chiudeva l'orizzonte, il cielo era limpido. Giove e Saturno splendevano vicini come due fuochi lambitisi e presso a fondersi in uno.

Mentre Artaban li guardava, ecco che una scintilla azzurra apparve sotto ad essi nelle tenebre, si circondò di uno splendore purpureo fin che divenne una sfera rosseggiante elevatesi a spirale fra sprazzi gialli e aranciati fino a diventare un punto bianco luminoso. Piccolo ed infinitamente lontano, e pur perfetto in ogni sua parte, esso tremolava nella immensa volta del cielo come se le tre gemme nel petto del Mago si fossero mescolate trasformandosi in un cuore vivente di luce.

Egli chinò il capo e si coprì il volto con le mani. "E' il segno", disse, "il Re viene ed io vado ad incontrarlo".

*     *     *

Presso Babilonia

Tutta la notte Vasda, la più rapide cavalla d'Artaban, aveva aspettato, sellata ed imbrigliata nella sua stalla, battendo impaziente gli zoccoli e scuotendo il morso, quasi dividesse il fervore del suo padrone, pur non conoscendone la ragione.

Prima ancora che gli uccelli avessero pienamente spiegato i loro canti mattutini, prima ce la nebbia avesse cominciato a levarsi lentamente dal piano, l'altro saggio era già in sella, e cavalcava rapidamente verso occidente, sulla strada maestra che cinge la base del monte Oronte.

Come è stretta l'intimità fra l'uomo ed il suo cavallo favorito, durante un lungo viaggio! È una tacita ma profonda amicizia, uno scambio di sentimenti e di pensieri che non ha bisogno di parole.

Essi devono alle stesse sorgenti lungo la via e dormono sotto lo sguardo delle medesime stelle. Subiscono insieme il fascino della notte cadente e la gioia vivificante del giorno che sorge. Il padrone divide il suo pastorella sera con l'affamato compagno, e sente le morbide e umide labbra ce sfiorano il palmo della sua mano nel prendere il boccon di pane. Alla luce grigia dell'alba un alito caldo e delicato gli sfiora il viso, lo sveglia dal suo bivacco, ed egli incontra gli occhi del suo fedele compagno, pronto alla fatica della giornata. Certo, se non è un pagano ed un miscredente, con qualunque nome si rivolga a Dio, egli lo ringrazierà di questa silenziosa simpatia, di questa muta affezione, e la sua preghiera mattutina invocherà una doppia benedizione: "Dio, benedici entrambi: guarda i nostri piedi dalle cadute, e la nostra anima dalla morte".

E poi nell'aria pungente del mattino le rapide zampe battono di nuovo la via, segnando il ritmo di due cuori mossi dallo stesso ardente desiderio: conquistare lo spazio, divorare la distanza, raggiungere la meta del viaggio.

Artaban, doveva invero cavalcare bene, se voleva trovarsi all'ora fissata con gli altri Magi, poiché la strada che doveva percorrere era di 150 parasanghe, e poteva percorrerne al massimo 15 al giorno. Ma egli conosceva la forza di Vasda, e la spingeva senza inquietudine, facendo ogni giorno il percorso stabilito, benché dovesse viaggiare dal mattino prima del levar del sole fino a tarda notte.

Passò così lungo le oscure pendici del monte Oronte, solcato da centinaia di torrenti rocciosi. Attraversò le pianure di Risene, dove i celebri cavalli pascolanti a mandrie nelle praterie scuotevano la testa all'avvicinarsi di Vasda, e fuggivano al galoppo con un tuonar di zoccoli; e stormi di uccelli selvatici si levavano dai prati paludosi, volando a grandi cerchi con strepito d'ali e grida di sorpresa.

Attraversò i fertili campi di Concabar dove la polvere levatesi dalle aie su cui si batteva il grano empiva l'aria di una nebbia dorata, che celava quasi il gran tempio di Astarte con le quattrocento colonne.

A Baghistan, fra gli ubertosi giardini bagnati da limpide fontane, egli guardò la montagna sporgente la fronte scoscesa sulla strada, e vide la figura di Re Dario in atto di calpestare i suoi nemici caduti, e la gloriosa lista delle sue guerre e delle sue conquiste incisa sulla parete dell'eterna roccia.

Valicò sul dorso delle colline passi freddi e desolati spazzati dal vento: s'internò in gole tenebrose dove il fiume correva rombando davanti a lui come una guida selvaggia; percorse valli ridenti cosparse di terrazze folte di viti e di fichi; traversò i viali di querce di Carine e le oscure porte di Zagro cinte di precipizi, entrò nell'antica città di Chala, dove il popolo di Samaria molto tempo prima era stato tenuto in cattività, e ne uscì di nuovo dalla gran porta aperta fra le alture circostanti e vide l'immagine del Gran Sacerdote dei Magi, scolpita sulla parete della roccia, con la mano levata come a benedire le centinaia di pellegrini; passò la stretta volta piena di orti di fichi e di peschi, in fondo ala quale spumeggiava venendogli incontro il Gyndas, e percorse vasti campi di riso dove i vapori autunnali stendevano le loro nebbie mortifere; seguì il corso del fiume sotto l'ombra tremula dei pioppi e dei tamarindi, fra basse colline, e poi via sul gran piano dove la strada correva diritta come una freccia fra campi di stoppia e prati arsicci.

Passò per la città di Otesiphon, dove regnavano gli imperatori Parti, e la vasta metropoli di Seleucia, costruita da Alessandro; attraversò le acque turbinose del Tigri ed i numerosi canali dell'Eufrate scorrenti gialli fra campi di grano, ed arrivò alfine alla sera del decimo giorno sotto le diroccate mura della popolosa Babilonia.

Vasda era quasi sfinita, ed egli sarebbe volentieri entrato in città a trovar riposo e ristoro per sé e per lei, ma sapeva che ci volevano ancora tre ore per giungere al Tempio delle Sette Sfere, e che doveva giungervi a mezzanotte se voleva trovarvi i suoi compagni. Non s'arrestò dunque, e continuò a cavalcare tra i campi di stoppia. Un boschetto di palme formava come un'isola scura su quel mare giallognolo, e passando in quell'ombra Vasda rallentò il passo, e cominciò a cercar la strada con maggior attenzione. Presso la estremità dell'ombra parve colta da un accesso di circospezione. Essa fiutava qualche pericolo e qualche difficoltà; non intendeva fuggirgli ma soltanto affrontarli saggiamente, come deve fare un buon cavallo. La selva era fitta e silenziosa come una tomba; non un o stormire di fronda, non una voce d'uccello. Vasda muoveva i passi cautamente a testa bassa e sbuffando di quando in quando con apprensione. Alfine emise un improvviso soffio di inquietudine e di sorpresa e si fermò tremante dinanzi ad un oggetto scura all'ombra dell'ultima palma.

Artaban scese e guardò, ed alla luce tenue delle stelle scorse la forma di un uomo giacente attraverso la strada. L'umile veste e l'aspetto squallido, dimostravano che esso era probabilmente uno dei poveri Ebrei esiliati che ancora in gran numero dimoravano nei dintorni. La pelle secca, pallida, gialla come cartapecora, portava le tracce della febbre mortale che faceva strage in autunno tra quelle paludi. Il gelo della morte era nella sua mano macilenta, e quando Artaban l'abbandonò il braccio cadde inerte sul petto immobile.

Egli già si allontanava con un senso di pietà, affidando quel corpo alla strana sepoltura che i Magi stimano più conveniente - il funerale del deserto - da cui gli avvoltoi ed i nibbi si levano sulle nere ali, e le bestie da preda scivolano via furtivamente, lasciando solo un mucchio di ossa bianche sulla sabbia. Ma mentre si voltava un lungo, debole sospiro uscì dalle labbra dell'uomo. Le dita scure ed ossute afferrarono convulsamente l'orlo della veste del Mago e lo arrestarono.

Il cuore salì alla gola di Artaban; non era paura ma un muto risentimento per l'importunità dell'improvviso ritardo. Come poteva egli restare là nell'oscurità ed assistere uno straniero morente? Che diritto aveva quel frammento sconosciuto di vita umana alla sua compassione ed al suo servizio? S'egli indugiava anche solo un'ora non poteva più raggiungere Borsippa al tempo stabilito: i suoi compagni penserebbero ch'egli avesse abbandonato l'idea del viaggio, e partirebbero senza di lui. Egli perderebbe la possibilità di condurre a fine la sua ricerca.

Ma se procedeva l'uomo moriva sicuramente; mentre sostando poteva salvarlo. Il suo cuore si turba dinnanzi all'urgenza del caso; doveva egli arrischiare la gran ricompensa della sua fede divina, per un atto d'amore umano? Doveva egli volgersi, forse pur solo per un istante, dal seguire la stella, per dare un sorso d'acqua ad un povero Ebreo morente?

"Dio di verità e purezza", pregò egli, "guidami sul sacro sentiero, sulla via della sapienza che Tu solo conosci !" - e curvatosi sull'ammalato sciolse la propria veste dalla stretta della sua mano, e lo portò su di un ponticello ai piedi della palma: sciolse le fitte pieghe del turbante, aprì la veste sul petto scarno, prese dell'acqua da un ruscelletto vicino ed inumidì le labbra e la fronte del sofferente. Versò un sorso di uno di quei farmaci semplici ma potenti che portava sempre nella cintura - poiché il Magi erano medici ed astronomi ad un tempo - e lòo fece scorrere lentamente fra le labbra scolorite. Per molte ore s'adoperò, come soltanto un abile risanatore può fare, finché l'uomo si riebbe. Levandosi allora a sedere, questi si guardò intorno e :"Chiesi tu?" domandò nel rude dialetto del paese, "e perché mi hai cercato qui per riportarmi alla vita ?"

"Io sono Artaban il Mago della città di Ectabana, e vado a Gerusalemme in cerca d'uno che sta per nascere e che sarà Re degli ebrei, un principe e liberatore di tutti gli uomini. Non posso fermarmi di più perché la carovana che mi aspetta partirebbe senza di me. Ma eccoti quanto mi resta del mio pane e del mio vino, ed eccoti una pozione di erbe risanatrici. Quando avrai ripreso le forze potrai raggiungere la dimora degli ebrei fra le case di Babilonia. "

L'ebreo levò solennemente al cielo le sue mani tremanti e disse: " possa il dio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe benedire il viaggio dell'uomo misericordioso e condurlo in pace al cielo che egli desidera. Ma aspetta: io non ho nulla da darti in cambio, soltanto questo: che io possa dirti dove si deve cercare il Messia. I nostri profeti hanno detto che non nascerà a Gerusalemme ma in Betlemme di Giudea. Possa il signore condurti salvo in quel luogo poiché tu avesti pietà dell'infermo ".

La mezzanotte era passata da lungo tempo. Artaban cavalcava rapidamente, e Vasda, ristorava dal breve riposo, galoppava veloce attraverso il piano silente, passando a nuoto fiumi e canali. Essa esauriva le sue ultime forze, e volava sul suolo come una gazzella.

Ma il primo raggio del sole proiettò la sua ombra davanti a lei prima che essa raggiungesse l'ultima tappa del viaggio, e gli occhi di Artaban, scrutando ansiosamente la grande altura di Niarod ed il Tempio delle Sette Sfere, non poterono discernere traccia alcuna dei suoi amici. Le terrazze variopinte di nero, arancione, rosso, giallo, verde, turchino e bianco, diroccate per le convulsioni del suolo e frana te sotto i colpi ripetuti della violenza umana, rilucevano ancora come un arcobaleno sconvolto, alla luce del mattino.

Artaban girò in fretta la collina: scese di sella e salì sulla terrazza più alta, di dove guardò verso occidente.

L'immensa desolata palude si stendeva fino all'orizzonte ed all'estremo lembo del deserto. Grandi uccelli popolavano gli stagni, e sciacalli s'appiattivano tra i bassi cespugli: ma non v'era traccia della carovana dei Saggi, ne vicino ne lontano.

All'orlo della terrazza scorse un piccolo mucchio di mattoni rotti, sotto cui sporgeva un pezzo di pergamena. La raccolse e lesse: " Abbiamo aspettato fin dopo mezzanotte, e non possiamo più a lungo indugiare. Noi andiamo a trovare il Re - Seguici attraverso il deserto".

Artaban sedette a terra e si coprì la faccia disperato. "come posso io attraversare il deserto" disse, "senza cibo, e con un cavallo esausto? Devo ritornare a Babilonia, vendere il mio zaffiro, e comperare un convoglio di cammelli e provviste pel viaggio. Giammai potrò raggiungere i miei amici. Solo Dio misericordioso sa se io perderò la vista del Re, per essermi indugiato ad usare misericordia."

*     *     *

Per amore di un piccolo bambino

Si fece silenzio nell'aula dei Sogni, dove io ascoltava la storia dell'altro saggio. Ed in quel silenzio io vidi, ma molto confusamente, la sua figura percorrere le tetre ondulazioni del deserto sul dorso del suo cammello, avanzando come una nave cullata dalle onde.

La terra della morte stendeva la sua rete crudele intorno a lui. Le lande rocciose non portavano frutti, ma solo rovi e spine. Oscure giogaie di pietra uscivano qua e là alla superficie, come scheletri di mostri morti. Catene di montagne aride ed inospitali si levavano dinnanzi a lui, solcate da canali asciutti di antichi torrenti, quali spaventose e pallide cicatrici sul volto della natura. Colline mobili di sabbia traditrice si accumulavano come tombe all'orizzonte.

Di giorno un calore infuocato gravava opprimente sull'aria e nessuna creatura viva si muoveva sulla terra: solo qualche topo saltava fra i cespugli riarsi e qualche lucertola scompariva fra le fenditure delle rocce. Di notte gli sciacalli erravano in cerca di preda ululando in lontananza e il leone faceva echeggiare i dirupi dei suoi ruggiti, mentre un brivido amaro e malsano seguiva la farebbe ardente del giorno. Attraverso il gelo e l'arsura il Mago procedeva ininterrottamente.

Lo vidi attraverso i giardini e gli orti di Damasco bagnati dai ruscelli di Abana e di Farpar, con i loro pendii erbosi, cosparsi d'alberi in fiore, e le loro macchie di mirra e di rose: lo vidi lungo le creste nevose di Hermon e le oscure foreste di cedri, e le valli del Giordano, e le acque azzurre del lago di Galilea, e la pianura fertile di Esaraelon, e le colline di Efraim, e gli altipiani di Giudea: dappertutto e sempre avanzava senza posa, finché arrivo a Betlemme. Era il terzo giorno dopo che i tre saggi vi erano giunti, ed avendovi trovato Maria e Giuseppe con il bambino Gesù, avevano deposto i loro doni d'oro, d'incenso e di mirra ai suoi piedi.

L'altro saggio s'inoltrò stanco, ma pieno di speranza, recando il suo rubino e la sua perla da offrire al Re. "Ora alfine", egli disse, "lo troverò certamente, benché solo e più tardi dei miei fratelli. Questo è il luogo di cui il povero Ebreo mi disse vhe i profeti avevano parlato, e qui vedrò il sorgere della Grande Luce. Ma debbo informarmi della visita dei miei fratelli, sapere a quale casa la stella li ha guidati, ed a chi essi presentarono il loro tributo."

Le strade del villaggio sembravano deserte, ed Artaban si domandava se tutti gli abitanti non fossero andati ai pascoli della montagna a prendere le mandrie. Dalla porta aperta di una casupola di pietra udì pero una voce di donna singhiozzare sommessamente. Entrò e trovò una giovane madre che cercava di calmare ed addormentare il suo bambino. Essa gli disse degli stranieri venuti dall'Oriente, ed apparsi nel villaggio tre giorni innanzi, come essi dicessero d'essere stati guidati da una stella al luogo dove Giuseppe di Nazareth alloggiava con la moglie ed il neonato, e come lo avessero adorato ed avessero offerto a Lui molti e ricchi doni.

"Ma i viaggiatori sono scomparsi", continuò la donna, "rapidamente come sono venuti. Noi eravamo intimoriti da questa loro strana visita. Non potevamo comprenderla. L'uomo di Nazareth prese il bambino e la madre e fuggì segretamente la notte stessa: si disse che andavano lontano, in Egitto. Da allora un sortilegio sembra sovrastare il nostro villaggio. Si dice che i soldati romani stanno per venire da Gerusalemme ad imporci una nuova tassa, e gli uomini hanno portato via le greggi e gli armenti per nasconderli sui monti, e sottrarli ad essa."

Artaban ascoltava le parole timidi e dolci della donna, ed il bambino che essa teneva tra le braccia sorrideva e tendeva le rosee manine per afferrare sul petto di lui il cerchio alato d'oro. Al lieve tocco il suo cuore s'infiammò, gli parve quasi un segno d'amore e di fiducia ad uno che aveva viaggiato in solitudine ed in perplessità, lottando con i propri dubbi, con i propri timori, e seguendo una luce velata nelle nubi.

"Non potrebbe questo bambino essere il Principe promesso?", domandò fra se e se, nell'accarezzare la morbida guancia. "Altri Re sono nati in case ancor più umili di questa, ed il favorito delle stelle può sorgere anche in una capanna, ma il Dio di sapienza non ha creduto bene di ricompensare la mia ricerca così presto e felicemente. Quello che io cerco è andato via prima del mio arrivo, ed io debbo ora seguire il Re in Egitto".

La giovane madre posò il bimbo nella culla, e si levò ad offrire allo straniero ospite, che il fato aveva condotto nella sua casa, quanto gli occorreva. Pose d'innanzi a lui il semplice cibo dei contadini, ma la cordialità che lo accompagnava lo rendeva ristoratore tanto per il corpo che per l'anima. Artaban lo accettò con gratitudine, e mentre egli mangiava, il bambino s'addormentò balbettando dolcemente nel sonno ed una grande pace riempì la quieta stanza.

Ma ad un tratto si udì un grande strepitio nella strada, un urlare, un gemere di donne, un clangore di trombe di rame, un cozzar di spade, e su tutto un grido disperato: "I soldati, i soldati di Erode: essi uccidono i nostri bambini!"

Il volto della giovane madre si sbiancò pel terrore. Strinse al seno il suo bambino e s'aggomitolò immobile nell'angolo più scuro della stanza, coprendolo con le pieghe della veste perché non si svegliasse e piangesse. Ma Artaban si levò prontamente e si mise dritto sulla porta della casa. Le sue ampie spalle riempivano la porta da una parte all'altra e la punta del sua cappuccio ne toccava l'architrave.

I soldati venivano precipitosamente dalla strada con mani e spade insanguinate, ma alla vista dello straniero e della sua veste imponente esitarono sorpresi. Il capitano della schiera si apprestò alla soglia per spingerlo da una parte, ma Artaban non si mosse. La sua faccia era calma come se contemplasse le stelle, e nei suoi occhi ardeva la luce ferma dinnanzi a cui si ritrae persino il leopardo ed arresta il suo slancio il feroce mastino. Tenne per un istante il soldato come ammutolito e poi disse a voce bassa :"Io sono solo qui e darò questa gemma al prudente capitano che mi scierà in pace". E mostrò il rubino scintillante nel cavo della sua mano come una grossa goccia di sangue. Il capitano fu colpito dallo splendore della gemma: le sue pupille lampeggiarono di desiderio, e le sue labbra si contrassero avide. Tese la mano e prese il rubino.

"Avanti", gridò ai suoi uomini, "qui non vi è alcun bambino; la casa è tranquilla".

Il fragore delle armi si dileguò lontano, come si dilegua la furia della caccia oltrepassando la tana celata in cui si appiatta il cervo tremante. Artaban rientrò nella casetta e, volta la faccia ad Oriente, pregò:

"Dio di verità perdonami: io ho detto ciò che non è per salvare la vita d'un bambino. Ecco! Due dei doni sono andati. Ho speso per l'uomo ciò che era destinato a Dio. Sarò io mai degno di vedere la faccia del Re?"

Ma la voce della donna tremante di gioia nell'ombra dietro di lui disse dolcemente: "Possa il signore benedirti e proteggerti, perché hai salvato la vita del mio bambino; il volto del signore splenda su di te e ti sia benigno; il Signore ti elargisca i suoi favori e ti dia la pace".

*     *     *

Nella via celata del dolore

Di nuovo si fece silenzio nell'Aula dei Sogni: più profondo e più misterioso della prima volta, ed io compresi che gli anni di Artaban scorrevano rapidamente sotto la calma di quella nebbia. Solo qua e là potevo cogliere un bagliore di quella vita, fra le ombre che ne celavano il corso. Lo vedevo aggirarsi fra la folla delle popolose città d'Egitto, in cerca ovunque delle tracce della famiglia fuggita da Betlemme, e le trovava all'ombra dei frondosi sicomori di Elaiopoli, e sotto le mura delle fortificazioni romane a Nuova Babilonia sul Nilo - ma tracce lievi e confuse, che si cancellavano man mano dinnanzi a lui, come le orme di un piede umano sulla sabbia umida della spiaggia al sopravvenire di una nuova ondata.

Lo vedevo di nuovo ai piedi delle piramidi innalzanti le loro punte rigide e acute nello splendore dorato del tramonto, monumenti immutabili della gloria peritura e della imperitura speranza umana. Egli scrutava il volto enorme della Sfinge accovacciata e tentava invano di penetrare il significato di quegli occhi me di quella bocca sorridente.

Era essa uno scherno a tutti gli sforzi, a tutte le aspirazioni umane, - come aveva detto Tigrane - il motteggio crudele di un enigma che non ha soluzione, di una ricerca vana ? Ed era in quel sorriso in scrutabile un moto di compassione e di incoraggiamento, la promessa che anche i vinti otterranno vittorie, che i disillusi avranno un premio, che gli ignoranti diverranno saggi ed i ciechi veggenti, e che gli erranti giungeranno al fine anch'essi alla meta?

Lo vidi di nuovo in una casa buia di Alessandria, mentre si consigliava con un Rabbi Ebreo. L'uomo venerando, curvo su rotoli di pergamena in cui erano scritte le profezie di Israele, leggeva ad alta voce le patetiche parole che predicevano le sofferenze del promesso Messia, il disprezzato, il reietto dagli uomini, l'uomo dei dolori, il compagno dell'afflizione.

"E ricorda, figlio mio" diceva fissando in volto ad Artaban i suoi occhi infossati, "il re che cerchi non lo troverai in un palazzo, ne tra i ricchi, ne tra i potenti. Se la luce del mondo, la gloria d'Israele avesse dovuto venire con la grandezza dello splendore terreno, essa sarebbe apparsa da lungo tempo. Poiché nessun figlio di Abramo rivaleggerà mai più in potere con quello che Giuseppe ebbe nei palazzi d'Egitto, ne in magnificenza con quello di Salomone troneggiante tra i leoni di Gerusalemme. Ma la luce che il mondo aspetta è una luce nuova: è lo splendore che sorgerà dalla sofferenza paziente e trionfante. Ed il regno che sarà stabilito per sempre è un nuovo regno: la sovranità del perfetto e insuperabile amore.

"Io non so come questo avverrà, ne come i re ed i popoli turbolenti della terra saranno condotti a riconoscere il Messia ed a rendergli omaggio. Ma questo io so: che coloro che lo cercano faranno bene a cercarlo fra i poveri e gli umili, fra gli addolorati e gli oppressi."

Così l'altro saggio riprese il suo peregrinare di luogo in luogo, fra le case disperse dove la piccola famiglia di Betlemme poteva forse aver trovato rifugio. Attraversò paesi dove la carestia faceva strage, dove i poveri domandavano pane. Dimorò in città colpite dalla peste, in cui gli infermi languivano accomunati in disperato dolore. Visitò gli afflitti e gli oppressi nell'oscurità tetra di prigioni sotterranee e l'accumulata sciagura dei mercati di schiavi e l'opprimente fatica delle navi-galere. In questo popoloso ed intricato mondo d'angoscia non trovava alcuno da adorare, ma molti da aiutare. Cibava gli affamati, vestiva gli ignudi, curava gli infermi e confortava i prigionieri: ed i suoi anni passavano rapidamente, come la spola del tessitore che corre innanzi ed indietro sul telaio, mentre il tessuto cresce ed il disegno invisibile si va completando.

Sembrava quasi aver dimenticato la sua ricerca. Solo una volta lo vidi ancora per un momento, ritto al levar del sole sulla porta di una prigione romana. Aveva preso in petto da un nascondiglio segreto la perla, l'ultima delle sue gemme. Mentre la guardava, uno splendore dolce, una luce iridescente, piena di sfumature rosse ed azzurre, tremolava sulla sua superficie quasi avesse assorbito qualche riflesso dai colori dello zaffiro e del rubino che il saggio aveva perduto. Nello stesso modo il profondo, il segreto scopo di una nobile vita accumulava in se le tracce delle gioie e dei dolori passati; tutto ciò che l'ha aiutata, tutto ciò che l'ha ostacolata è trasfuso per una sottile magia nella sua intima essenza. Come la perla essa diviene più luminosa e più preziosa quanto più a lungo è stata portata vicino al cuore palpitante.

Allora, alfine, mentre pensavo a questa perla ed al suo significato, udii la fine della storia dell'altro saggio.

*     *     *

Una perla di gran valore

Trentatre anni della vita di Artaban erano trascorsi, ed egli ancora peregrinava in cerca della luce. I suoi capelli, una volta più neri delle rocce di Zagro, erano ora candidi come la neve ghiacciata che le copre. Gli occhi, che un tempo balenavano come fiamme di fuoco, erano ormai appannati come brace che si spegne fra le ceneri.

Stanco, logoro, presso a morire, ma pur sempre intento alla ricerca del Re, egli era venuto per l'ultima volta a Gerusalemme. Aveva già spesso, per l'innanzi, visitato la città santa, e cercato attraverso tutti i suoi viottoli, in tutte le sue casupole, in tutte le sue prigioni, senza trovar traccia della famiglia di Nazareni fuggita molto tempo prima da Bethlemme. Ma ora gli sembrava di dover fare ancora un tentativo, e qualcosa gli sussurrava in cuore che alla fine avrebbe potuto riuscire.

Era il tempo di Pasqua. Nella città si accalcavano stranieri e figli d'Israele, sparsi in lontani paesi, che tornavano al tempio per la gran festa, e da molti giorni nelle anguste vie della città regnava una gran confusione di lingue.

Ma quel giorno la moltitudine era in preda ad una singolare agitazione. Il cielo era ottenebrato da una strana caligine, e la folla sembrava attraversata da correnti di eccitazione come la foresta è scossa da fremiti di vento all'avvicinarsi di un temporale. Una marea segreta sollevava la folla. Lo strepitio dei sandali mescolato al lieve e fitto calpestio di migliaia di piedi nudi striscianti sulle pietre fluiva incessantemente lungo le strade che conducevano alla porta di Damasco.

Artaban si unì ad un gruppo di gente del suo paese, Parti Ebrei venuti a far Pasqua, e domandò qual fosse la cagione di tanto fermento, e dove andasse tutta quella gente.

"Noi andiamo", gli risposero, "al luogo detto Golgota, fuori le mura della città, dove ha da aver luogo un'esecuzione. Non sapete che cosa è accaduto? Due ladri debbono essere crocifissi, e con essi un altro detto Gesù di Nazareth, uno che ha compiuto cose meravigliose, e che il popolo ama assai. Ma i preti e gli anziani han detto che deve morire perché si è spacciato come figlio di Dio. E Pilato lo ha condannato alla croce, perché ha detto d'esser il RE degli Ebrei."

Come queste parole caddero stranamente sul cuore stanco di Artaban! Esse lo avevano condotto durante tutta la vita attraverso terre e mari; ed ora giungevano a lui misteriosamente e oscuramente come un disperato messaggio. Il Re era sorto, ma era stato rinnegato e reietto, e stava per morire. Forse era già morto. E se fosse quello nato in Bethlemme trentatre anni prima, alla cui nascita la stella era apparsa nel cielo e della cui venuta i profeti avevano parlato?

Il cuore di Artaban batteva agitato con quell'ansia dolorosa che il turbamento porta alla vecchiaia. Ma disse fra se:"Le vie del Signore sono più strane dei pensieri degli uomini; può essere che io giunga in tempo a riscattarlo con la mia perla prima che muoia."

Seguì la moltitudine con passo lento e penoso verso la porta di Damasco. Aveva appena oltrepassato il corpo di guardia, che vide una banda di soldati macedoni trascinare una fanciulla con le vesti lacere ed i capelli scarmigliati: si fermò a guardare pieno di compassione, ed essa subitamente si divincolò dalle mani dei suoi aguzzini e si lanciò ai piedi di lui, afferrandosi alle sue ginocchia.

Aveva riconosciuto il cappuccio bianco ed il cerchio alato sul petto.

"Pietà di me", gridò, "salvatemi pel Dio di Purezza: sono anch'io una figlia della vera religione insegnata dai Magi. Mio padre era un mercante Parto, ma è morto ed io sono arrestata per i suoi debiti, e debbo essere venduta come schiava. Salvatemi da questo obbrobrio peggiore della morte!"

Artaban tremò.

Era l'antico conflitto della sua anima; venuto già a lui nel boschetto di palme presso Babilonia, e poi nella casa di Bethlemme - il conflitto tra l'aspettativa della fede e l'impulso dell'amore.

Due volte il dono consacrato all'adorazione religiosa era uscito dalle sue mani pel servizio dell'umanità questo era il terzo cimento, l'ultima prova, l'irrevocabile scelta finale. Era alfine la sua grande opportunità, o era l'ultima tentazione? No sapeva dirlo. Una cosa sola appariva chiara nell'oscurità della sua mente - era inevitabile. E l'inevitabile non viene forse da Dio?

Una cosa sola era sicura per il suo cuore infranto: riscattare quella derelitta era un vero atto d'amore. E non è amore la luce dell'anima? Trasse dal suo seno la perla. Mai gli era sembrata così bella e lucente, così piena di dolce e vivo fulgore egli la pose nella mano della schiava.

"Ecco il tuo riscatto, figliola. È l'ultimo dei miei tesori, e lo tenevo per il Re".

Mentre parlava l'oscurità del cielo si faceva più cupa, e scosse di terremoto attraversavano la terra che sussultava convulsamente come il petto di uno che lotti con un immenso cordoglio.

I muri delle case ondeggiavano, si staccavano qua e la dall'alto delle piastre che cadevano nelle strade: nuvole di polvere empivano l'aria. I soldati fuggirono terrorizzati e barcollando come ebbri. Ma Artaban e la fanciulla da lui riscattata sedettero in terra ai piedi delle mura del Pretorio.

Che cosa aveva egli a paventare? Per che cosa viveva ancora? Aveva dato l'ultimo avanzo del tributo destinato al Re: si era separato dall'ultima speranza di trovarlo. La ricerca ormai era finita. Ma anche in quel pensiero, accettato ed abbracciato, era una gran pace. Non rassegnazione. Non sottomissione, ma qualcosa di più profondo e solenne. Egli sentiva che tutto era bene, perché aveva fatto il meglio che poteva giorno per giorno. Fedele alla luce datagli, ne aveva cercata di più, e se non l'aveva trovata, se tutta la sua vita era un insuccesso, senza dubbio questo era il meglio possibile. Egli non era giunto a vedere la rivelazione della "vita eterna incorruttibile e immortale", è vero; ma sapeva che anche se avesse potuto rivivere la sua vita terrena, essa non avrebbe potuto essere diversa da quel che era stata.

Ancora una debole scossa di terremoto passò, facendo tremare il suolo, ed una tegola pesante staccandosi dal tetto colpì il vecchio ad una tempia. Egli giacque pallido e senza respiro, con la testa canuta china sulla spalla della giovinetta, mentre il sangue sgorgava dalla ferita. Com'essa si curvò su di lui temendo fosse morto, si udì nel crepuscolo una voce lieve e sommessa, quale un canto lontano, di cui le note erano chiare ma le parole indistinte. La fanciulla si volse a guardare se qualcuno avesse parlato dalla finestra sopra di loro, ma non vide nessuno.

Allora le labbra del vecchio cominciarono a muoversi come in risposta alla voce, ed essa lo udì dire nella lingua dei Parti:

"No mio Signore, quando mai io ti vidi affamato e ti nutrii? O assetato e ti detti da bere? Quando ti vidi straniero e ti accolsi presso di me? O ignudo e ti rivestii? Quando ti vidi malato e prigioniero e venni a te? Trentatre anni ti ho cercato, ma non ho mai visto la tua faccia, né mai ti ho servito, o mio re!"

Egli tacque, e la dolce voce tornò a farsi sentire. La fanciulla l'udì, debole e lontana, ma ora le parve di comprenderle le parole:

"In verità io ti dico, in quanto tu lo hai fatto ad uno degli ultimi di questi miei fratelli, tu lo hai fatto a me".

Uno splendore colmo di meraviglia e di gioia illuminò il volto pallido di Artaban, come i primi raggi dell'alba rischiarano una vetta nevosa, e le sue labbra esalarono sorridendo un ultimo e lungo sospiro di sollievo.

Il viaggio era finito! I suoi tesori erano accettati! "l'altro saggio" aveva trovato il Re.

*     *     *

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