ACCETTARE I PROPRI LIMITI
A cura del Dott. Luigi Mastronardi (psicologo/filosofo).
Note biografiche. Sito personale: www.luigimastronardi.it/
Sommario
- Cio di cui pavento mi piomba addosso (Giobbe, nella Bibbia).
- Pensa un limite, e sarà tuo (Richard Bach).
La parola "limite" fa pensare ad un punto di arrivo
che impedisce di andare oltre, blocca un percorso, una metà, un
obiettivo, qualcosa che si sta perseguendo. E' una sensazione non
bella sentirsi frenati, sentire un "impedimento a",
rendersi conto, che non si riesce ad andare più in là di dove
si è arrivati fino a quel momento. Si sperimenta un limite
nell'agire e probabilmente si vive tutto ciò con profonda
sofferenza.
Noi, ad esempio, facciamo i conti giornalmente con i nostri
limiti, che si identificano più spesso nel non riuscire bene in
qualcosa, come non essere portati per un particolare mestiere,
difficoltà nei rapporti interpersonali, caratteristiche del
carattere, etc.
Quando vogliamo raggiungere un obiettivo e non riusciamo
nonostante tutti gli sforzi, sembra che qualcosa dentro di noi
non funzioni e questo è sempre causa di molta sofferenza,
perché ci costringe a rivedere quello che stiamo facendo e
spesso gli obiettivi che ci siamo posti.
Se ci pensiamo sin da bambini sperimentiamo limitazioni: i
nostri genitori per proteggerci ci pongono delle regole, cercano
di preservarci da un pericolo ed inoltre ci danno dei confini con
i quali rapportarci al mondo esterno, nel rispetto nostro e degli
altri. Come si può vedere, abbiamo sempre fatto i conti con
limitazioni, fa parte della nostra natura umana, alla quale
facciamo molta fatica ad adattarci.
Il limite si sperimenta solo attraverso l'esperienza, perché
attraverso di essa possiamo renderci conto "di che pasta
siamo fatti". Attraverso di essa conosciamo il mondo,
conosciamo noi stessi, dove riusciamo a realizzarci dove invece
facciamo più fatica, cosa ci piace fare e cosa non ci piace.
Ogni volta che facciamo un'esperienza ci specchiamo con noi
stessi e ci diciamo come è andata e se ci piacerebbe continuare.
Non possiamo a priori decidere ed essere sicuri di non riuscire,
perché il pensiero di fare ci spaventa. Il nostro limite in
questo caso è la paura, che in genere si manifesta per la poca
fiducia che abbiamo nelle nostre capacità.
E' giusto e sano sperimentare i nostri limiti, che sono
semplicemente qualcosa che ci obbliga a fare i conti, ci fa
tornare sui nostri passi i quali ci faranno scoprire piano piano
la nostre mete più vere. Si, il limite che noi sentiamo ci
riporta inevitabilmente a noi stessi ,quindi a ridimensionare i
nostri obiettivi, riducendo l'orizzonte per quelli meno
raggiungibili e allargandolo invece per quelli che possono far
parte realmente di noi.
Perché non siamo ancora riusciti a capire ed individuare
pienamente chi siamo, i sentimenti più profondi nei confronti
della vita, che ci possono guidare verso maggiori soddisfazioni.
Molto spesso accade che non ci viene riconosciuto quello che
facciamo, o più spesso c'è mancato nel tempo
quell'incoraggiamento a fare, quindi, ecco che avremo difficoltà
a riconoscerlo per noi stessi quando ne abbiamo bisogno.
Le frasi come : "Sono bravo a ...", " Sono in
grado di ...", Mi piace molto fare..." evidenziano una
certa consapevolezza di se stessi, la conoscenza di qualcosa di
noi che ci presenta all'Altro. Quando tutto questo manca, quindi
manca la parte più vera di noi, inevitabilmente cerchiamo
qualunque altra cosa sia fuori di noi, è inevitabile. Abbiamo
bisogno di identificarci in qualcosa, ma questo qualcosa può non
essere propriamente nostro, quindi sperimentiamo la frustrazione
di non poter riuscire, viviamo un fallimento.
Un noto autore della terapia della Gestalt scrive che
l'orientamento verso uno scopo ricercato al di fuori della
relazione personale organismo-ambiente, ci porta inevitabilmente
in una condizione di conflitto e scissione: "ogni individuo
ogni pianta, ogni animale ha solo uno scopo...realizzarsi per
quel che è. Una rosa, è una rosa. La rosa non ha nessuna
intenzione di realizzarsi come canguro" (Perls, 1969 a p.
39).
Un esempio molto semplice ma realistico è quello di chi vuol
fare il cantante e non ha una voce eccellente per poter fare
molta strada. Per qualche misterioso motivo ha scelto questa
via,ci prova, gli viene detto che la sua voce è buona ma non
abbastanza per cui avrà poco da sperare di andare avanti. Ma lui
continua, non accetta questa verità, continua a sperimentare
inevitabili fallimenti e "No" da parte dell' ambiente
musicale, non si arrende...sarebbe troppo doloroso. Soffre.
Che sforzo dover pensare di abbandonare questo sogno inseguito
per anni, perderebbe l'unica cosa per cui ha lottato veramente,
per cui ha sofferto veramente, che ama. Questa persona prima o
poi capirà che il suo star bene dipende dall'accettare il fatto
che al suo talento c'è un limite, ma non per questo sarà
obbligato ad abbandonare tutto. Potrà continuare a lavorare in
qualche locale, formare un gruppo con degli amici :in fondo è un
lavoro che ama, perché abbandonarlo? Dovrà ridimensionare la
sua meta, non rinunciare completamente. Forse in questa nuova
realtà scoprirà la gioia di cantare, che nell'ansia di riuscire
probabilmente aveva perso.
Perché non ha pensato prima a questo? Forse doveva dimostrare
qualcosa a qualcuno, è amante delle cose difficili, pensava che
il successo è il massimo a cui una persona possa aspirare, è li
che si trova la felicità. Forse potrebbe aver successo in
un'altra cosa, sviluppando un altro talento, ma ora sta a lui
scoprirlo. Questo è più o meno scontrarsi con il proprio limite
che inevitabilmente ci obbliga a riscoprirci di nuovo dopo un
fallimento, ma "senza frustrazione non c'è alcun bisogno,
nessuna ragione di mobilitare le proprie risorse, di scoprire che
potresti essere capace di fare qualcosa da solo" (op. cit.
1969 a p. 40).
Il segreto sta nel non dire di no all'esperienza: solo
attraverso di essa possiamo conoscerci nei punti forti e in
quelli un po' più deboli. Dobbiamo accettare di non essere
perfetti, di non potere tutto e a dir la verità questo potrebbe
anche consolarci, perché non si avrebbe neanche il tempo per dar
retta alle numerose voci interiori. Quelle che impariamo a
conoscere e che ci rendono felici, sono quelle che con fiducia
possiamo iniziare ad ascoltare ed inseguire per la piena
realizzazione di noi stessi.
Assumersi la responsabilità della propria vita significa dare
a se stessi la possibilità di perdonarsi per la propria
imperfezione e, perché no, di gioire, sorridere dei propri
difetti ed errori: "amo tutti gli incontri imperfetti di
bersaglio e freccia che mancano il centro, a sinistra e a destra,
sopra e sotto. Amo tutti i tentativi che falliscono in mille modi
diversi...amico non aver paura dei tuoi errori.
Gli errori non sono peccati. Gli errori sono modi di fare
qualcosa di diverso, forse nuovo in senso creativo. Amico non
pentirti dei tuoi errori. Siine fiero. Hai avuto il coraggio di
dare qualcosa di te stesso" (op cit. 1969 b p. 103) E' così
che si costruisce l'autostima, provando, tastando il terreno ed
edificando su quello che più ci soddisfa. Un autore
contemporaneo "Camisasca" scrive: "più lontano
vai, sempre meno conosci!".